Come sta il paziente 1? Delle condizioni di salute del 38enne di Codogno, in provincia di Lodi, si conosce poco. A fare il punto è il dottore Raffaele Bruno, 53enne di Cosenza, che in un’intervista a La Repubblica a firma dell’inviato Giampaolo Visetti racconta: «So di non fare un’affermazione scientifica, ma la verità è che per sconfiggere un nemico nuovo e sconosciuto abbiamo bisogno anche di una somma insondabile di coincidenze positive. Detto in due parole, augurate a noi medici e agli scienziati buona fortuna».
Il Dottor Bruno è alla guida della «missione più difficile in corso in Europa»: salvare la vita a Mattia e a altre centinaia di persone contagiate dal coronavirus. Mattia viene definito il «contagiato italiano che non deve morire», il cosiddetto «paziente uno» trovato a Codogno.
Dal suo contagio si è rivelata la reale situazione coronavirus in Italia: oltre 30 tra medici, infermieri e specializzandi lottano giorno e notte per salvare lui e altri pazienti, da quel venerdì 21 febbraio.
Mattia resiste, in una camera della terapia intensiva, mentre la moglie Valentina (anch’ella infetta, ndr) tra un mese partorirà il loro primo figlio. Anche i genitori di Mattia sono in cura nello stesso ospedale.
Salvare quello che per la ricerca italiana resta il «paziente uno» non è «un imperativo morale» solo per restituirlo alla famiglia. Il punto cruciale è che fino ad oggi le vittime, nel nostro Paese, sono tutte anziane morte «con il coronavirus», ma già fragili per età e somma di patologie. Mattia invece, giovane, sano e sportivo, è a sorpresa anche il paziente più grave colpito solo «dal coronavirus».

Nuova anche la cura. «Testiamo un cocktail — dice Bruno — di farmaci usati per l’Hiv, per l’epatite C e per l’ebola. Nella miscela c’è la ribavirina. Esperimenti in vitro dimostrano che questo mix inibisce la crescita del virus. In Cina e in Corea del Sud è stato testato con successo anche sui pazienti».
Ma il Dottor Bruno il suo team non sono i soli a lottare incessantemente. Al contempo una quarantina tra medici, tecnici e ricercatori studiano senza sosta centinaia di tamponi al giorno. Alla guida Fausto Baldanti, 56 anni di Piacenza, direttore della scuola di virologia molecolare, che spiega: «Dobbiamo trovare, seguire e controllare l’infezione — dice — per diagnosticarla, o poterla escludere tra chi viene sottoposto ai test».
Al San Matteo, all’Ospedale Sacco, all’Istituto Spallanzani di Roma, i medici italiana hanno sulle spalle la vita dei contagiati, ma anche quella di chi è sano, e cerca di capire come si evolverà questa epidemia. «Ma noi — dice Bruno tornando al letto del “paziente uno” — restiamo qui perché ogni giorno il nostro dovere è curare più persone possibile nel modo migliore possibile. È un impegno eccezionale e non sappiamo quanto durerà questa epidemia. La gente deve sapere però che il nostro sforzo durerà fino a quando sarà necessario».
«Vedere spegnersi Mattia — dicono — sarebbe un incubo. Ma cedere al protagonismo e dimenticare di remare tutti in silenzio e nella stessa direzione, sarebbe peggio. La sconfitta risulterebbe collettiva e irreparabile: lo spettro della pandemia dilagherebbe nel disastro del pandemonio».
