Coronavirus, i colleghi non gli danno il cambio: tre infermieri di Codogno lavorano ininterrottamente dal 20 Febbraio

Nell'emergenza coronavirus ci sono tre infermieri che lavorano ininterrottamente dal 20 Febbraio: un esempio di azioni concrete nell'emergenza

Nell’emergenza coronavirus, molti professionisti si sono trovati a fare doppi e tripli turni. Come è successo nel reparto di Medicina dell’Ospedale di Codogno, dove tre infermieri, un uomo e due donne, resistono e lavorano ininterrottamente da giorni.

La loro storia è stata resa nota dal Corriere della Sera. Fabio, Giovanna e Dana lavorano nel reparto di Medicina dell’Ospedale di Codogno dove il “paziente 1” è stato inizialmente ricoverato, prima che si scoprisse positivo al coronavirus.

Il loro turno è iniziato il 20 Febbraio, ma ancora perdura: i colleghi che dovevano sostituirli non si sono infatti mai presentati. Assenza causa quarantena? No. Si tratta di infermieri che non avevano lavorato nei giorni del possibile contagio: hanno semplicemente inviato dei certificati medici per giustificare il mancato rientro in Reparto.

Morale della favola? Fabio, Giovanna e Dana si sono ritrovati a coprire non solo il loro turno, ma anche quello dei colleghi malati. Mattina, pomeriggio, sera, notte. Una reperibilità h24 per garantire l’assistenza a una ventina di pazienti, senza riposo e senza possibilità di allontanarsi dal reparto, per non incorrere nel rischio di contagiare altri settori.

Foto di Emanuele Cremaschi / Getty Images

Una situazione ulteriormente aggravata, negli ultimi giorni, dalla febbre di Fabio, che è stato spostato in isolamento in day service, la zona degli ambulatori. Al momento sono rimaste solo Giovanna e Dana aiutate da un’operatrice sociosanitaria e da una collega del Pronto soccorso (che è chiuso).

Fabio, Giovanna e Dana sono sfiniti: dormono poco, si concedono qualche telefonata ai propri cari, si rimboccano le maniche e vanno avanti. Al Corriere della Sera hanno palesato tutta l’amarezza che sfocia in delusione quando ripensano a questa storia: «La condivisione avrebbe alleggerito fatica e paura — scrivono — e invece ci hanno abbandonato, proprio loro che conoscono Medicina e sanno perfettamente cosa stiamo passando…».  E si chiedono: «Con che faccia ci guarderanno negli occhi quando ci rivedremo?».

Da quando l’emergenza coronavirus è diventata reale anche in Italia, si è assistito a una situazione di entropia culturale senza precedenti: dichiarazioni autorevoli, ma spesso contraddittorie, guerre mediatiche, aumento della psicosi, accuse di allarmismo. Nel mentre il bilancio continua ad aggravarsi con 880 contagi e 21 morti ma le speranze aumentano con i molti pazienti guariti (45, ndr). Situazioni estreme per affrontare un nemico che si sta iniziando a conoscere, ma sopratutto che ancora non si può e non si deve sottovalutare.

E mentre ognuno si preoccupa di far valere il proprio pensiero, non sempre frutto di scienza e raziocinio, questi tre professionisti stanno continuando a lavorare. In silenzio, fuori dai proiettori, ma in maniera costante e ininterrotta da quel 20 Febbraio.

Perché che cosa si può fare di fronte a un’epidemia che sta interessando tutto il mondo? Di certo, conoscere, provare a capire, spiegare a chi non sa. Parlare solo per arricchire, e agire con coscienza. E allora quest’ultima decade di Febbraio una lezione ce l’ha insegnata: non fidatevi delle belle parole, fidatevi dei buoni esempi.