E’ il 6 febbraio scorso quando un Frecciarossa deraglia all’altezza di Ospedaletto Lodigiano. Si sfiora la tragedia. Ad aver avuto la peggio sono stati due macchinisti, di 51 e 59 anni: i corpi sarebbero stati sbalzati a circa 500 metri da dove è finita la corsa del treno. Tra i passeggeri, solo per un caso fortuito, non ci sono stati feriti gravi. Sul posto sono giunti carabinieri, finanzieri e poliziotti.
Letto oggi, il bilancio definitivo di morti e feriti, fa riflettere non poco: 2 persone decedute e 31 feriti. Di questi 4 sono stati ricoverati in codice giallo a Lodi (2), Cremona e Pavia, e 27 in codice verde negli ospedali di Lodi (8), Melegnano (4), Crema (3), Humanitas (3), Codogno (2), Piacenza (3) e Castel San Giovanni (4). L’unico ferito in condizioni più gravi rispetto agli altri coinvolti era un pulitore delle ferrovie, ma l’uomo fortunatamente si è ripreso. Codogno, dunque, tra gli ospedali interessati ai ricoveri. E Crema. E Piacenza. Tutti nosocomi che oggi, a distanza di un mese e mezzo, fanno pensare a ben altro. Fanno pensare ai primi casi di coronavirus e a quel paziente 0 che non è mai stato individuato.
Sulla scena dell’incidente, oltre ai feriti, ci sono forze dell’ordine e personale medico, ma non solo: i feriti vengono condotti in diversi ospedali, luoghi indicati da più parti come i maggiori imputati per aver fatto diffondere il contagio da Covid-19. Sul posto giungono anche altre persone, tante. Sono curiosi che si accalcano lì dai comuni vicini. E ci sono molti rappresentanti delle istituzioni. A quell’epoca, come oggi ben sappiamo, il virus in quella che di lì a poco sarebbe stata definita zona rossa, era già in circolo. Se seguiamo la scia dei giorni successivi scopriamo che i primi malati sono proprio lì, in quella zona, e da lì, come una piovra si diramano a Milano, Bergamo e Brescia.
La prova più evidente di tutto questo, come scrive il Corriere della Sera, la troviamo propria tra le fila delle forze dell’ordine: tanti si ammalano. Influenza di stagione, dicono. Dolori muscolari, febbre alta, debolezza, tosse secca, difficoltà a deglutire. Ovviamene non vengono sottoposti a tamponi, perché in Italia l’allerta non è ancora alta. Dunque vediamo carabinieri, finanzieri e poliziotti, con un’apparente influenza, stare in caserma insieme agli altri. Il 23 febbraio, poi, il giro di vite: è necessario apprestarsi a sorvegliare i confini della zona rossa nel lodigiano.
Il Corriere ha raccolto sette testimonianze e le coincidenze, come gli elementi lasciati per strada come le briciole di Pollicino, sono tante. Innanzitutto l’assenza di protezioni. Ancora la situazione non appare grave, in quel periodo di febbraio, anche se già lo è, anzi è già tardi. Ma lo sappiamo solo oggi.
«Ci sono stati anche contatti ravvicinati con i residenti – racconta uno dei testimoni -. Parecchie volte. Non so quanto sia filtrato alla stampa, ma in certe situazioni è capitato di spingere via, anche fisicamente, chi a tutti i costi voleva “evadere”. Dopodiché, dobbiamo essere onesti: le mascherine erano poche. Pochissime. E sicuramente con leggerezza noi per primi, ce le scambiavamo: chi smontava dal turno le consegnava al collega che attaccava dopo di lui…».
Ma non solo. Perché torniamo anche ad un altro evento già trattato diverse volte come cruciale per l’epidemia scoppiata in Lombardia. Alcuni di quegli stessi uomini delle forze dell’ordine, il 19 febbraio, vengono impiegati nell’ordine pubblico della partita di Champions League, giocata al Meazza tra Atalanta e Valencia, in quella che molti esperti hanno definito una «bomba biologica», che ha sicuramente veicolato il virus. Oggi ci sono interi reparti della Finanza chiusi. Comandi provinciali chiusi. Carabinieri e poliziotti in isolamento. Il virus ha dunque camminato sulle gambe di uomini e donne delle forze dell’ordine, privi di protezione, privi di sicurezza. Perché si è sottovalutato il problema per troppi giorni a livello nazionale.


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