Coronavirus, “Bergamo spettrale, silenzio rotto solo dalle ambulanze”. Medici: “La paura ammutolisce i malati, arrivano a decine”

Bergamo è una delle città più colpite dall'emergenza: "La città in queste ore è spettrale, è inanimata. Il silenzio è tornato a dominare le strade"

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Forse l’immagine più triste e drammatica finora di tutta l’emergenza coronavirus in Italia l’abbiamo vista ieri: a Bergamo, tra le città più colpite, una lunga fila di camion militari carichi di bare che escono dalla città perché al cimitero non c’è più posto. “Bergamo è solo lo specchio di un Paese. Bergamo siamo tutti noi. E allora l’atto più saggio che possiamo fare oggi è quello di specchiarci in questa realtà, in questa città“, dice all’Adnkronos il poliziotto-scrittore Maurizio Lorenzi, in arte MaLo, cittadino di Bergamo. “Nella nostra città è arrivato l’Esercito per trasportare le bare dei defunti perché il cimitero è saturo e non è più possibile cremare i nostri cari. Siamo ben oltre le 25 cremazioni giornaliere. Pensando a questo dobbiamo capire la portata del fenomeno che stiamo affrontando -afferma l’autore di ‘Eroi senza nome’ – Quindi, cittadini vi prego rimanete in casa. Gli ‘altri’ in questo momento siamo tutti noi. Non abbassate la guardia – è l’appello del poliziotto -, è necessario vivere questa emergenza in modo responsabile e non andare in giro. La sensazione qui è che siamo stati lenti a percepire la gravità dell’epidemia e anche ad adeguarci di fronte all’emergenza. In altre parti d’Italia non fate questo errore. Restate a casa”.

coronavirus bergamo salme esercito“La città in queste ore è spettrale, è inanimata – testimonia Lorenzi – Il silenzio è tornato a dominare le strade, interi quartieri. Ma è come se questo silenzio si sia trasformato in suono assordante. Un silenzio surreale rotto solo dalle sirene delle tante ambulanze che transitano nelle vie dirette agli ospedali cittadini. Al loro arrivo ingolfano le entrate: lì si crea una lunga colonna di mezzi che aspettano il proprio turno. Non faccio fatica a dire che è come stare in guerra. Nessun di noi ha mai visto niente di simile, un’emergenza sanitaria di questo tipo. L’incertezza della scadenza temporale indefinita ci pone poi davanti tanti interrogativi. Con un senso di ansia, sembra aver perso i nostri punti di riferimento delle nostre quotidianità ormai stravolte. Questo tempo della sofferenza è un’opportunità invece per cercare un nuovo equilibrio e nuove priorità. Un dolore che può essere trasformato in forza. Ritrovarci domani come atleti ai blocchi di partenza“.

Lo scrittore invita poi a una riflessione sui tanti anziani che popolano l’Italia. “Loro qui vengono portati via senza possibilità di essere salutati dai propri cari. Non si celebrano funerali, non c’è condivisione per l’ultimo saluto, un momento di vicinanza tra parenti e amici. E allora, per favore, non usiamo più quella odiosa frase che ho sentito più volte: ‘be’ tanto erano anziani?’. Loro sono stati giovani come noi e magari migliori di noi. Sanno regalare buon senso e saggezza, merce sempre più rara oggi in un mondo dove si nega l’esistenza della morte e si vive come se fossimo eterni giovani. Gli anziani sono maestri, sanno ascoltare, sorridere, sanno riconoscere la passione vera in un giovane. Sanno ancora chiedere ‘come stai?’ Mentre sentirselo dire dai giovani è abbastanza raro“, conclude Lorenzi.

Medici Bergamo: “La paura ammutolisce i pazienti”

La paura ammutolisce i pazienti, si spaventano di chiedere notizie sulle loro stesse condizioni, se sono gravi, se possono sperare, se migliorano, se peggiorano. Non domandano niente, subiscono gli eventi. Anche i giovani si comportano cosi’“. Renata Colombi, responsabile del Pronto soccorso dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, racconta dei malati di Covid-19 che da 20 giorni arrivano a decine nella struttura sanitaria, in media 60 al giorno, con un picco di un centinaio il 16 marzo. “Quando arrivano qui hanno tutti gia’ la polmonite. Chi e’ piu’ grave lo teniamo nei letti che abbiamo allestito in pronto soccorso fino a che non si liberano posti in terapia intensiva.Nel giro di pochissimo tempo stiamo registrando un comportamento totalmente diverso dei pazienti verso gli operatori sanitari – dice – prima del Coronavirus chi veniva in pronto soccorso aveva gia’ letto sul web informazioni e ci faceva l’interrogatorio su che cosa gli avremmo fatto, sui farmaci, le terapie. Il tono non era collaborativo. Adesso non c’e’ piu’ nessuna ostilita’: si affidano a noi ciecamente, si mettono nelle nostre mani”.

Io lo voglio dire, noi non ci sentiamo eroi, facciamo questo lavoro tutti i giorni, da sempre, spero che adesso la gente capisca. Certo siamo stanchi, ma siamo un gruppo affiatato, il Covid ci ha unito ancora di piu’, andiamo avanti con l’adrenalina e la spinta della passione per questo lavoro. Poi arriva la sera – conclude – e dopo ore e ore passate in ospedale, togliamo tutte le protezioni di sicurezza, ci cambiamo, ci laviamo. Torniamo a casa e stiamo a distanza da mariti, genitori, figli, per paura di portargli il virus. E’ cosi’ per tutti noi, ci sono colleghi che non vanno a trovare i genitori da 20 giorni per paura, con i figli non ci abbracciamo, mariti e mogli dormono separati. Siamo noi i primi a seguire le regole. A casa torno in scooter, ho bisogno di aria, di respirare, mi sembra che il vento mi pulisca”.