Da quando il 21 febbraio è stato individuato il primo paziente positivo, l’epidemia di coronavirus si è abbattuta sull’Italia con una forza travolgente. Ci siamo ritrovati subito a piangere le prime vittime, che un mese dopo sono oltre 6.000. Decine di migliaia di contagiati, ospedali allo stremo ed economia in ginocchio. Le nostre vite sono state stravolte e la domanda che probabilmente rimbomba nella mente di tutti è se questa grave emergenza avrebbe potuto essere evitata.
L’Italia, in realtà, è dotata di un piano contro le pandemie. Dopo l’epidemia di Sars del 2003, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha obbligato tutti i governi a dotarsi di un piano anti pandemico. Nel 2005, l’Oms ha dettato le linee guida per arrivare alla stesura dei vari piani, fatte proprie anche nel programma di emergenza italiano del 2018 il quale ha sostituito il Piano Italiano Multifase per una Pandemia Influenzale del 2002. Questo piano contiene le misure da adottare per prevenire il tipo di emergenza da cui l’Italia è stata travolta.
Secondo lo schema del programma italiano, ci sono 3 distinte fasi di valutazione dell’epidemia, riporta Il Giornale. Nella prima, non ci sono pericoli immediati, ma si hanno notizie di primi focolai all’estero di una potenziale vasta epidemia; nella seconda, ci sono i primi casi sul territorio nazionale; la terza rappresenta lo scenario più grave, in cui si registrano focolai autonomi nel Paese.
È facile notare come abbiamo attraversato ognuna di queste fasi da gennaio ad oggi. Ma se ci ritroviamo in queste condizioni, evidentemente qualcosa non ha funzionato. Già a gennaio, arrivavano le notizie di una grave epidemia in atto in Cina e proprio in quel momento andavano attivate le misure della prima fase. In particolare, in questa fase, è prevista “la preparazione di appropriate misure di controllo della trasmissione dell’influenza pandemica in ambito ospedaliero”. Proprio quello che non c’è stato e che ha fatto scoppiare il focolaio in Lombardia, che ha messo in ginocchio i sistemi sanitari della regione. Gli ospedali, infatti, non erano attrezzati per fronteggiare il contagio e questo ne ha favorito la diffusione anche nelle strutture ospedaliere.
Sempre in questa fase è prevista anche “l’individuazione di appropriati percorsi per i malati o sospetti tali, il censimento delle disponibilità di posti letto in isolamento e di stanze in pressione negativa, il censimento delle disponibilità di dispositivi meccanici per l’assistenza ai pazienti”. La responsabilità di questo procedimento ce l’hanno il ministero della Salute, l’Istituto superiore di sanità e le regioni che, a loro volta, hanno dei propri piani pandemici regionali da attuare in caso di pericolo.
Sicuramente qualcosa non è andato per il verso giusto e l’Italia si è presto ritrovata ad essere il secondo Paese per numero di contagi dopo la Cina, dove tutto si è manifestato per la prima volta, e persino a superarla per numero di vittime.


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