L’eparina è una delle speranze dei ricercatori contro il coronavirus, non solo per prevenire ma anche curare. Secondo gli esperti somministrare eparina a basso peso molecolare (un noto anticoagulante) a pazienti con sintomi Covid-19 gravi possa aiutare sia ad evitare fatali complicazioni, come trombosi e embolie polmonari, sia a sconfiggere l’infezione bloccando il virus.
Alla luce delle evidenze scientifiche raccolte finora e dei risultati incoraggianti che provengono dagli studi svolti in Cina, sia in vitro sia sui pazienti, ottimista sull’efficacia del farmaco anticoagulante è il professor Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli studi di Milano e attuale direttore sanitario dell’Irccs istituto ortopedico Galeazzi di Milano, che contattato da “Agenzia Nova”, chiarisce subito: “E’ interessante dal punto di vista degli sviluppi e fondamentale per la prevenzione, che riguarda le complicazioni di carattere trombotico. Sul resto sperimentazione in corso, perché bisogna valutare gli aspetti collegati all’uso del farmaco, gli effetti collaterali: dipende da quelli che possono essere gli eventi avversi della somministrazione, quindi in questo caso si aspetta la sperimentazione. Gli studi sono già avanti, ci sarà una valutazione ad interim” e secondo Pregliasco ci vorranno uno o due mesi per valutare l’efficacia e poi eventualmente estendere l’uso del farmaco.
Da un punto di vista medico scientifico sono perentorie le sperimentazioni , perché, sottolinea il virologo, “non si può dare tutto e subito qualsiasi farmaco venga in mente, andando su macro scala“. Tuttavia, come si evince da molti dati, il problema, nella maggior parte dei casi gravi di Covid-19, è cardiovascolare, non respiratorio: sono le microtrombosi venose, non la polmonite a determinare la fatalità. Infatti, nella fase peggiore della malattia i pazienti Covid-19 vanno in rianimazione per tromboembolia venosa generalizzata, soprattutto polmonare.
Se così fosse, le rianimazioni e le intubazioni sarebbero inutili, perché si dovrebbero prevenire le tromboembolie. E’ l’infiammazione che induce trombosi attraverso un meccanismo fisiopatologico complesso. Ora in Italia si usano antinfiammatori e antibiotici (come nelle influenze) e il numero dei ricoverati crolla, contrariamente a quello che la letteratura scientifica, soprattutto cinese, affermava fino a meta’ marzo. Su questo tema, “si sono visti i vantaggi dell’uso degli antinfiammatori”, spiega Pregliasco. Inoltre, c’era il dubbio sull’ibuprofene, ma per Aifa, Oms ed Ema non sussiste al momento alcuna evidenza scientifica che correli l’uso di ibuprofene con il peggioramento del decorso dell’infezione, “anzi – conclude il virologo – l’aspetto della gestione antinfiammatoria iniziale e anche l’uso del cortisone sicuramente riduce poi quella polmonite virale primaria” che è l’elemento dello scatenamento di una reazione infiammatoria eccessiva.
