La velocità con cui sono state adottate le misure di contenimento e introdotto il lockdown dell’intero paese, quando il numero di casi di Covid-19 era ancora basso, è un elemento del successo con cui l’India, al momento, e contro tutte le previsioni catastrofiche, è riuscita a contenere l’epidemia di coronavirus. Con 31.360 contagi confermati e 1.008 decessi su una popolazione di 1,3 miliardi di persone, l’India ha una percentuale di morti dello 0,76 per milione di abitanti (contro i 175 degli Stati Uniti).
“L’India non ha atteso che il problema degenerasse, appena è apparso ha cercato di fermarlo adottando velocemente decisioni importanti“, ha rivendicato il Premier Narendra Modi, nel momento in cui, a metà di questo mese, ha esteso il lockdown fino al tre maggio. “Per il momento, il virus non è stato così letale come si era temuto. Ma non è detta l’ultima parola”, ha commentato Srinath Reddy, il presidente della salute pubblica indiana, in una intervista a Cnn, in cui sottolinea che la fase 2 avrà una particolare importanza.
Il lockdown è stato introdotto il 24 marzo, con solo 519 casi di contagio confermati (l’Italia ha aspettato che fossero 9.200, la Gran Bretagna 6.700). Dopo le prime due morti in uno slum di Mumbai, i familiari delle vittime sono stati messi in quarantena e il blocco di 300 baracche intorno a cui vivevano è stato sigillato. Ma già l’11 marzo erano stati sospesi tutti i visti turistici e chi tornava da zone a rischio doveva trascorrere un periodo di isolamento di almeno 14 giorni. E dal 22 marzo sono stati sospesi i collegamenti aerei e ferroviari con l’estero.
In questo senso, ha ragione il premier. Ma va sottolineato che il numero di test effettuati è molto basso, quindi potrebbero essere molti i casi di Covid-19 rimasti sottotraccia, così come quelli dei decessi, in un paese in cui, nella normalità, solo il 22 per cento delle morti viene certificata da un medico. L’indicatore di una modalità di condurre test efficace tuttavia è il tasso di risultati negativi (se sono troppo pochi significa che vengono eseguiti solo su persone con i sintomi o negli ospedali). Un dato considerato positivo dall’Oms è quello di non avere più del dieci per cento di risultati positivi. L’India, con i suoi 625mila test effettuati, è al quattro per cento di test positivi, quindi molto al di sotto anche degli Stati Uniti, dove il tasso è del 17 per cento, o della Gran Bretagna, dove è del 21 per cento.
Anche il tasso di mortalità del solo tre per cento, contro il 13 per cento dell’Italia, indica che i test vengono effettuati su campioni significativi della popolazione. Certo, il numero di test pro capite è molto più basso di quello di altri paesi (48 su 100mila, contro i 1.175 della Corea del sud e i 1.740 degli Stati Uniti). Ma anche tenendo conto della velocità della risposta del governo, e delle incertezze sui numeri dei casi reali, il contenimento della diffusione del contagio in India rimane per gli esperti fonte di incertezza.
Le temperature elevate o gli effetti anti Covid-19 del vaccino basato sul bacillo di Calmette-Guérin somministrato a tutta la popolazione indiana contro la tubercolosi, sono possibilità citate da Reddy che al momento non hanno alcun riscontro scientifico. Ma il vero indicatore dell’andamento dell’epidemia sarà, in India come altrove, la fase 2 del contenimento. “Non siamo pronti a cantare vittoria e a tornare alla normalità”, riassume Reddy.
