“Oggi mi sono accorta che è ormai un mese che lavoro in un reparto Covid.
Da quando è iniziata questa pandemia sto ricevendo tantissime chiamate, messaggi di incoraggiamento, di ringraziamento e tanti di preoccupazione… Perché si, fuori ci sono tante persone preoccupate e impaurite, e allora mi scrivono per sapere qual è la realtà e se ciò che vedono in tv è davvero reale, o forse mi scrivono perché vorrebbero sentirsi dire che è tutta una finzione, che sono tutte montature e che i media stanno esagerando… Io invito tutti ad essere prudenti, perché il Covid non risparmia nessuno.
Non ha risparmiato neanche Giada, 55 anni più o meno come mia madre, milanese con tre figli della mia età.

Quindi fare la pausa anche di soli 5 minuti è davvero vitale per noi, ma quel giorno ho deciso di fare un piccolo sacrificio. Ho aiutato Giada a mettersi seduta, perché dopo tanti giorni che è rimasta intubata immobile, ora non riesce a muovere bene gli arti, e quindi non riesce più neanche a mettersi seduta a letto e così inizio a lavarle i capelli.
Quando entro nella sua stanza lei mi riconosce subito e ricorda anche il mio nome “ti riconosco anche solo dagli occhi, hai degli occhi bellissimi, come Bamby”, mi dice sempre.
Ha i capelli pieni di nodi (pensate a cosa significhi non lavare e pettinare i capelli per ben 25 giorni), ci ho messo molto tempo a pettinarglieli ma quel tempo ci è servito molto. Lei ha avuto il coraggio di chiedermi che giorno fosse e in quale ospedale si trovasse, non sapeva ancora nulla di tutto ciò che stava accadendo fuori e mi ha confessato che non lo aveva mai chiesto perché se ne vergognava, ed io non ho avuto il coraggio di dirglielo, le ho solo detto la data e che la primavera inizia a farsi sentire.
Ed io sono rimasta lì tutto il tempo a tenerle il tablet e a cercare di tradurre le parole di Giada, perché lei non riesce a reggerlo da sola, ed io ho pianto, tanto, senza la possibilità di asciugarmi le lacrime perché non posso toccarmi gli occhi, ed ho solo immaginato cosa potesse significare per una figlia non vedere la mamma che sta male per ben 25 giorni , non sentire la sua voce e fidarsi solo della voce di degli sconosciuti che due volte a settimana ti chiamano e cercano di darti delle notizie più o meno sufficienti.
Mentre stavo ancora piangendo, abbiamo dovuto interrompere quella videochiamata perché fuori da quella stanza c’era un’urgenza, un paziente doveva essere intubato ed io dovevo andare; “non ho neanche il tempo di piangere” ho pensato, e così con le lacrime sotto quella visiera che mi offuscavano ancora di più la vista, sono uscita ed ho dovuto dimenticare per quell’attimo Giada, per concentrarmi su Marco, il ragazzo da intubare.
E fuori c’è ancora gente che si dispera per questa quarantena, perché il loro più grande problema è non poter festeggiare la pasquetta, non poter andare al parco o in palestra, perché è costretta a prendere il sole in terrazzo, perché non può uscire a fare gli aperitivi con gli amici, perché c’è troppa fila all’Esselunga… Ed è a tutta questa gente che vorrei raccontare la storia di Giada e ciò che noi ogni giorno viviamo e vorrei far capire che in questo momento chi può stare in casa con i propri cari deve solo esser felice”.
Questa è la testimonianza di un’infermiera 28enne che ha aderito a #StateACasaNostra iniziativa lanciata da Italianway, insieme alle altre cinque grandi aziende italiane dell’extra alberghiero: medici e infermieri impegnati nella lotta al Coronavirus accolti gratuitamente nelle case per consentire loro di riposarsi in ambienti confortevoli e sanificati senza mettere a rischio le proprie famiglie. Italianwa ha deciso di estenderla fino al 30 aprile.