Coronavirus: Paolo Ascierto, le chat tra scienziati e la call con i cinesi, com’è nata la sperimentazione del Tocilizumab

Il Coronavirus e la sperimentazione del Tocilizumab, il racconto da brividi di Paolo Ascierto

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Era la notte del 5 marzo quando, come al solito, mi confrontavo in chat con le mie giovani collaboratrici: Claudia e Maria Grazia. Discutevamo di Cytokine Release Syndrome (CRS, un effetto collaterale tipico delle CART e che noi abbiamo incontrato nell’uso di alcuni anticorpi bispecifici) e del parallelismo con la ARDS da COVID-19. Stavamo cercando di definire meglio la patogenesi della ARDS in modo da cercare alcune soluzioni. Le polmoniti da iperattività del sistema immunitario sono abbastanza frequenti nell’uso degli anti-PD-1 (i farmaci che adesso usiamo nella cura del melanoma, dei tumori al polmone, del tumore del rene, e altri). In genere si usa cortisone per risolvere queste polmoniti, ma nel caso di una infezione virale è pericoloso… il cortisone immuno sopprime e potrebbe favorire la  replicazione virale. Alla fine, individuammo alcuni target: l’IL-6 in primis (considerato che Claudia si trovava a Pittsburgh e stava proprio imparando la gestione delle tossicità da CAR-T proprio con tocilizumab), quindi il TNF-alpha, il pathway dell’interferon gamma, l’IL-1B, etc. In contemporanea, stavamo discutendo in un’altra chat più o meno delle stesse cose. Il mio collega virologo, il dr. Franco Buonaguro, è solito dilettarci in tarda serata con alcune sue considerazioni scientifiche. Quella sera, o forse meglio dire notte, Franco parlava di Cytokine Storm… una coincidenza? A quel punto è come se si fossero unite le due chat. Inoltre, da alcuni anni abbiamo una collaborazione scientifica con alcune istituzioni cinesi. Quella notte io, Franco e il nostro direttore generale, Attilio Bianchi, concludemmo la conversazione dicendo che avremmo organizzato una call il giorno seguente con i nostri amici cinesi per verificare se avessero pensato a trattare la ARDS da COVID-19 con tocilizumab oppure infliximab (un anti-TNF-alpha). Il giorno seguente, 6 marzo, Franco mi raggiunse durante una riunione importante col nostro direttore generale e mi trascinò letteralmente via per fare questa call, che durò poco ma ci aprì un mondo! I colleghi cinesi non solo ci dissero che utilizzare il tocilizumab era un’ottima idea, ma ci dissero anche che l’avevano già utilizzato su 21 pazienti e che 20 di questi avevano avuto un miglioramento in 24-48 ore ed erano tornati a casa 2 settimane dopo il trattamento. Alla mia domanda se avessero mai utilizzato l’infliximab risposero che non ce ne era stato motivo poiché tutti quelli trattati erano migliorati. Dopo questa call, d’accordo con Franco e il direttore Bianchi, che nel frattempo era stato avvisato dell’esito della call, corsi a chiamare il mio caro amico Enzo. Il dr. Vincenzo Montesarchio, per gli amici Enzo, è il direttore dell’Oncologia dell’Ospedale Monaldi di Napoli, è un mio carissimo e atavico amico. Nel 1989 eravamo insieme presso la Divisione di Oncologia del professore Bianco dell’Università Federico II di Napoli e trattavamo i pazienti con melanoma e i tumori del rene con interleuchina 2 ad alte dosi (segno del destino anche all’epoca!). La telefonata con Enzo durò pochi minuti e il giorno dopo, sabato 7 marzo, eravamo al Cotugno insieme ad altri colleghi: i dottori Punzi, Parrella, Fraganza, Sangiovanni, Atripaldi e Cristinziano, per organizzare il trattamento. Selezionammo due tra i pazienti in condizioni più critiche, entrambi intubati. La domenica successiva, 24 ore dopo, uno dei due (quello che stava peggio) aveva avuto un miglioramento notevole. Il dr. Fraganza, il rianimatore, non poteva credere a quello che aveva visto. Il secondo aveva avuto solo un modico miglioramento ma già il fatto che non fosse peggiorato venne considerato come un segnale importante. A questo punto che si fa? Continuiamo sicuramente a trattarne altri, ovvio! Tra l’altro la casa farmaceutica dispensatore del farmaco tocilizumab, la Roche, ci aveva detto che avrebbe messo il farmaco a disposizione, per chiunque ne facesse richiesta, gratuitamente. Ma se il farmaco funziona veramente, come ci hanno detto i cinesi, questa cosa va detta! Al Nord la gente muore! Devono anche loro poter utilizzare il farmaco. Da qui la decisione di preparare un comunicato stampa per diffondere la notizia. Il giorno dopo, contattai il dr. Franco Perrone, direttore dell’Unità Sperimentazioni Cliniche del Pascale, e il dr. Gerardo Botti, nostro direttore scientifico, per proporgli di mettere a punto uno studio clinico che verificasse, con rigore scientifico, la reale efficacia del tocilizumab. Franco accettò, riuscendo a finalizzare il protocollo in 10 giorni (normalmente ci vogliono diversi mesi). Una menzione speciale va fatta ad AIFA che ha dimostrato elevato senso di responsabilità e collaborazione gestendo, in una situazione di emergenza e attraverso misure straordinarie, la finalizzazione dello studio insieme a Franco. Il resto lo sapete. Lo studio è in corso e a breve avremo i risultati. Questa storia, che vi ho voluto narrare, non è la fine di un capitolo, forse, non è nemmeno la fine di un paragrafo. È solo il tentativo di cercare di ridurre le complicanze dell’infezione dando un’arma in più ai medici rianimatori e infettivologi, sperando di evitare l’ingresso dei pazienti in terapia intensiva o diminuirne la permanenza“.

Con questo racconto, un estratto della prefazione del libro “COVID-19 guida alla prevenzione e protezione” di Wang Tao, Liu Zhongmin (Bonfirraio editore, Traduzione di Eva Masscolino), il noto oncologo di fama internazionale Paolo Ascierto ha voluto raccontare com’è nata la sperimentazione del tocilizumab, l’inizio di un percorso di successo nella terapia contro il Coronavirus.