Coronavirus, quando è arrivato davvero il picco in Italia? Abbiamo finalmente una data, anzi due

Il picco dell'epidemia di Coronavirus è stato a lungo al centro di analisi e polemiche. Ora la situazione è nettamente migliorata e l'ISS ha definito 2 date

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E’ stato un argomento molto discusso per settimane in Italia, tra chi individuava date precise e chi invitava alla cautela: parliamo del picco dell’epidemia di Coronavirus, al centro di analisi, polemiche e speculazioni.
Dopo mesi e in una situazione nettamente migliorata, abbiamo finalmente una data, anzi due: il 13 marzo per quanto riguarda i nuovi casi rispetto all’insorgenza dei primi sintomi, e il 20 marzo rispetto alla diagnosi confermata.
E’ quanto emerge da un report dell’Istituto Superiore di Sanità pubblicato venerdì scorso.

Dall’inizio dell’epidemia alle ore 16 del 20 maggio 2020, sono stati riportati al sistema di sorveglianza 227.204 casi di COVID-19 diagnosticati dai laboratori di riferimento regionale come positivi per SARS-CoV–2 (6.071 casi in più rispetto al 7 maggio 2020). La diagnosi di infezione da SARS-CoV-2 è stata confermata nel 99% dei campioni inviati dai laboratori di riferimento regionale e processati dal laboratorio nazionale di riferimento (ISS). Sono stati notificati 31.017 decessi (1.492 decessi in più rispetto al 14 maggio 2020). Tutte le regioni hanno visto un decremento dei casi,” si spiega nel report.

In riferimento all’andamento del numero di casi di COVID-19 segnalati per data di prelievo/diagnosi (disponibile per 224.706/227.204 casi), “la curva epidemica mostra un andamento in crescita delle nuove diagnosi fino al 20 marzo 2020 seguito da un decremento costante. Tuttavia, si sottolinea che le diagnosi più recenti potrebbero essere sottostimate a causa di un ritardo nella notifica.”

La data di inizio sintomi è al momento disponibile solo in 165.667 dei 227.204 casi segnalati. Questo può essere dovuto al fatto che una parte dei casi diagnosticati è asintomatico e/o dal mancato consolidamento del dato dovuto al sovraccarico di lavoro a cui sono sottoposti gli operatori che devono reperire e riportare i dati in piattaforma.”
In riferimento alla distribuzione dei casi per data di inizio dei sintomi, si evidenzia “come i primi casi sintomatici risalgano alla fine di gennaio, con un andamento in crescita del numero di casi fino al 13 marzo 2020. Il fatto che il picco dei casi per data di inizio sintomi sia stato raggiunto qualche giorno dopo l’adozione delle misure di restrizione nazionali (“lockdown”) conferma che tali misure hanno avuto un impatto nell’invertire l’andamento delle infezioni.

Il tempo mediano trascorso tra la data di insorgenza dei primi sintomi e la data di diagnosi è di 4 giorni per il periodo 20 al 29 febbraio (calcolato su 1.435 casi), di 5 giorni per il periodo 1-20 marzo (47.899 casi), di 6 giorni dal 21 marzo al 9 aprile (70.976 casi), di 5 giorni dal 10 al 19 aprile (19.649 casi), di 6 giorni dal 20 aprile al 9 maggio (21.527 casi) ed infine di 5 giorni dal 10 al 14 maggio (2.775 casi).

Le indagini epidemiologiche effettuate suggeriscono che nella quasi totalità dei casi l’infezione è stata acquisita in Italia (tutti i casi ad eccezione dei primi tre casi segnalati dalla regione Lazio che si sono verosimilmente infettati in Cina).

Il bollettino è stato prodotto dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ed integra dati microbiologici ed epidemiologici forniti dalle Regioni e dal Laboratorio Nazionale di Riferimento per SARSCoV-2 dell’ISS. I dati vengono raccolti attraverso una piattaforma web dedicata e riguardano tutti i casi di COVID-19 diagnosticati dai laboratori di riferimento regionali, e vengono aggiornati giornalmente da ciascuna Regione anche se alcune informazioni possono richiedere qualche giorno per il loro inserimento. Per questo motivo, spiega l’ISS, potrebbe non esserci una completa concordanza con quanto riportato attraverso il flusso informativo della Protezione Civile e del Ministero della Salute che riportano dati aggregati.