Da quanto sono stati diffusi i test degli anticorpi per il nuovo coronavirus, sono in molti i cittadini che hanno deciso di farli, anche a spesa propria, per capire se possedevano la cosiddetta immunità rispetto al Covid-19. Ma quanto sono affidabili questi test? Che rischio c’è di falsi negativi? Facciamo chiarezza attraverso gli ultimi due studi, tra i più aggiornati.
I test per la rilevazione degli anticorpi contro il coronavirus Sars-CoV-2 sono “utili per le valutazioni a livello di popolazione, ma rischiosi per la previsione dell’immunità individuale”. E’ quanto evidenzia un gruppo di scienziati in un focus pubblicato su ‘Science Immunology’. Da un lato gli esperti evidenziano “le potenzialità di questi test sierologici o anticorpali nel fornire istantanee della storia di infezione e dell’immunità nelle popolazioni, mentre la pandemia di Covid-19 progredisce”.

L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda di limitare i test sugli anticorpi solo a scopi di ricerca, gli scienziati autori del focus invece fanno un passo avanti: sostengono che “questi test – anche con livelli moderati di sensibilità e specificità – potrebbero fornire informazioni di grande valore per affrontare questioni critiche di salute pubblica, come ad esempio quando allentare l’ordine di rimanere a casa o le chiusure scolastiche”.
In teoria, ragionano gli esperti, i test sugli anticorpi possono esaminare se una persona è mai stata esposta a un certo virus nel corso della sua vita. Tuttavia, “è ancora poco chiaro cosa significhino i risultati dei test sugli anticorpi contro Sars-Cov-2 per protezione e immunità, e come ciò possa variare tra popolazioni diverse con diversi background genetici“.
Invece per gli esperti i test sierologici sono promossi “come strumenti per accertare le tendenze epidemiologiche a livello di popolazione”. “Potrebbero aiutare i funzionari a stimare il rischio di future ondate di malattia, misurare l’impatto degli interventi e confermare l’assenza di trasmissione dopo che la pandemia si è attenuata, purché la sensibilità e specificità dei test utilizzati siano ben definite durante l’interpretazione dei dati“.
Inoltre, “il campionamento sierologico a livello di popolazione potrebbe consentire lo screening di più biomarcatori di interesse per la salute pubblica, estendendo l’utilità di tale struttura oltre il solo virus Sars-CoV-2”, concludono i ricercatori.
Non solo, un altro studio in via di pubblicazione sull’American Journal of Infectious Diseases, ha messo a confronto quattro test rapidi qualitativi e il test quantitativo Elisa. “Nessuno tra i test sierologici ad oggi disponibili per la ricerca degli anticorpi per Covid-19 è infallibile: se, infatti, i test immunocromatografici possono dare falsi positivi, allo stesso modo il test Elisa fornisce falsi negativi”.
L’indagine ha analizzato i risultati dei test su soggetti risultati positivi ai tamponi (anche se non sempre al primo tampone) con una latenza nota dai 15 ai 60 giorni prima dei test immunologici. Il test Elisa non ha rilevato il valore degli anticorpi nell’organismo dei soggetti. Il raffronto fra test immunocromatografico ed Elisa non coincide sempre: in circa la metà dei casi vi sono discordanze.
“Dunque – osserva Giorlandino – non si può dire quale sia il test migliore. Sono tutti validi, tutti buoni e tutti cattivi, ma esistono comunque divergenze sui risultati. Anche se i metodi Elisa sembrerebbero tecnicamente superiori e più informativi di quelli immunocromatografici, nello stesso soggetto, comparati tra di loro, possono sbagliare. E’ inutile battersi, al momento, in favore dell’uno o dell’altro”.
Le ‘distorsioni’, secondo l’esperto, riguardano anche la gestione dei tamponi per la ricerca del virus. “Il ministero e le Regioni hanno vietato ai laboratori privati di eseguire il tampone naso-faringeo per il fatto che, se li avessero acquisiti quest’ultimi, i test a disposizione non sarebbero bastati per il Servizio sanitario pubblico. Ciò – sottolinea Giorlandino – ha determinato un’enorme riduzione del numero di tamponi eseguiti, e un danno per la salute pubblica”.
“Sorge però una domanda: data l’emergenza, perché non si è data la possibilità anche a tutti i maggiori centri privati e ospedalieri di eseguire i tamponi con il metodo Ruo (Research Use Only)? Ogni laboratorio di alto livello è in grado di costruire il proprio test diagnostico, non sarebbero stati test certificati ma validati. Perché, se si volevano salvare vite con la diagnosi precoce, non si è dato l’ordine ai prefetti di precettare i laboratori privati? Di obbligarli ad allestire kit in house, al massimo rimborsando solo il costo della materia prima? Allo Stato sarebbe costato un decimo e la diffusione sarebbe stata maggiore. Le Regioni ancora non lo permettono“, conclude.
