Coronavirus: “I test sierologici sono utili per tracciare la malattia insieme ai tamponi ma sono sconsigliati per individuare i nuovi casi”

I test sierologici, seppur utili se associati ai tamponi per tracciare la malattia, hanno una performance che non permette di identificare in modo preciso i pazienti affetti nei primi giorni di malattia

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Arrivano i risultati della più estensiva ricerca della letteratura ad oggi prodotta sulla sierologia (la misurazione degli anticorpi) per la diagnosi del Covid-19. Lo studio è stato condotto da ricercatori modenesi e dell’Universita’ di Glasgow ed è stato pubblicato da poco sulla rivista inglese Rbmo Journal.

Un gruppo di ricerca riferito all’Azienda ospedaliero-universitaria di Modena, coordinato dal professor Antonio La Marca, del dipartimento di Scienze Mediche e chirurgiche materno-infantili e dell’adulto di Unimore, e composto dalla collega Martina Capuzzo (Policlinico Modena), dai dottori Tommaso Trenti e Laura Roli (Ospedale di Baggiovara), della dottoressa Tiziana Paglia (Hesperia Hospital di Modena) e dal Professor Scott Nelson (Universita’ di Glasgow), è giunto alla conclusione che lo sviluppo di anticorpi al Covid-19 si manifesta nei soggetti venuti a contatto col virus solo dopo il quinto giorno. Quindi i test sierologici, seppur utili se associati ai tamponi per tracciare la malattia, hanno una performance che non permette di identificare in modo preciso i pazienti affetti nei primi giorni di malattia. Quindi, se usati in questa fase iniziale, “sono pertanto sconsigliati“.

croce rossa test sierologiciI ricercatori ha attinto da oltre 20.000 studi che riguardano in qualche modo il coronavirus, per identificare tutti quei lavori che hanno indagato il ruolo degli anticorpi diretti contro il Sars-Cov-2 nella diagnostica della malattia. Sono stati identificati 66 studi per un totale di oltre 25.000 analisi sierologiche. Da queste pubblicazioni i ricercatori, quindi, hanno constatato che la sieropositivita’ e’ ancora bassa nella maggior parte delle nazioni del mondo, ad esempio recita 0,13% a Rio Grand do Sul (Brasile), 1,5% a Santa Clara, 1,79 % nello Stato dell’Idaho e 7,1% in Atlanta, 1,2% a Edimburgo, 3% a Parigi, 1,7% in Danimarca, 3,3% a Kobe e 9,6% a Wuhan. E i dati relativi a specifiche popolazioni ad alto rischio, ad esempio i sanitari che hanno prestato servizio in ospedali, non sembrano poi cosi’ differente: 5,9% in Utah, 5,4% a Lione, 1,6% in Germania e 2,6 % a Barcellona (Spagna). Per l’Italia ci sono i dati pubblicati di Padova e Bari, pari a 5,25% e 1,5% rispettivamente.

Spiega il professor Antonio La Marca di Unimore: “L’infezione virale e’ seguita dalla produzione di anticorpi. Le IgA ed IgM precedono solo di poco la produzione delle IgG, e quindi il riconoscimento di questi anticorpi permette di individuare coloro che sono entrati in contatto con il virus. Ma, cosa molto importante, gli studi piu’ recenti, piu’ ampi e meglio condotti, ci dicono che la sieroconversione puo’ impiegare anche piu’ di due settimane. La percentuale di soggetti affetti che presentano anticorpi circolanti e misurabili e’ vicina allo 0% nei primi tre giorni di malattia, del 30% tra la terza e la settima giornata, del 47,8% nella seconda settimana per poi salire al 93,8% dopo le prime due settimane”. E tutto questo dimostra, secondo gli autori della pubblicazione, che gli anticorpi non permettono di identificare in modo preciso i pazienti affetti nei primi giorni di malattia, e che quindi “non possono essere usati nel triage dei malati acuti“. In ogni caso, continua il prof, gli anticorpi “certamente hanno un ruolo in associazione ai tamponi, perche’ permettono di aumentare la capacita’ di identificare quei soggetti affetti che per svariate ragioni sono risultati negativi al tampone rino-faringeo”. Quindi, “la misurazione degli anticorpi resta sicuramente un ottimo strumento per tracciare la diffusione della malattia nella popolazione e per testare l’efficacia della sieroconversione nei futuri test vaccinali“, conviene comunque lo studio modenese-scozzese.