Perché in India hanno fatto esplodere un ananas pieno di petardi nella bocca di un elefante? [FOTO]

La verità, come spesso accadde, non è mai bianca o nera come si può pensare: basta con il finto animalismo ipocrita, amare gli animali è altro

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E’ semplice pontificare per noi ‘ricchi’ e agiati occidentali, ma è un po’ più difficile immedesimarsi, essere empatici e provare a comprendere. Il caso drammatico che arriva dall’India, in particolare dalla regione del Kerala, dell’elefantessa incinta morta a causa di un ananas pieno di petardi ha sconvolto il mondo e a ragione: lo strazio e il dolore che deve aver provato quel povero essere vivente, indifeso nonostante la stazza, è al di fuori di ogni immaginazione. Ma la verità, come spesso accadde, non è mai bianca o nera come si può pensare.

Intorno alla vicenda si era venuta a creare una sorta di fake news che necessitava di essere smontata e lo abbiamo fatto: L’elefantessa incinta morta in India e la fake news da smontare: ecco come sono andate davvero le cose [FOTO]. Ma non basta. Perché a giudicare dai commenti sui social, il finto animalismo ipocrita di troppi la fa da padrone. Per capirci, ci riferiamo a quelli che scrivono cose tipo: “Povera creatura! Come si può fare così male ad un essere umano? Chi lo ha fatto dovrebbe crepare fra atroci sofferenze! Che venga il cancro a loro a ai loro figli“. Ecco, questa è quella che noi definiamo ipocrisia animalista, perché essere animalisti è altro. E soprattutto essere animalisti non preclude il rispetto per gli esseri umani.

Tanto più che in questa occasione non è andata come sembra. Ieri abbiamo provato a spiegare che l’ananas pieno di petardi era destinato ad un cinghiale e molti hanno commentato: “Il fatto che fosse per un altro animale non rende il gesto meno atroce“. Ovvio che no, ma è la motivazione a fare la differenza. E noi occidentali ipocriti quella motivazione la possiamo comprendere solo se siamo dotati di una grande empatia, verso i nostri simili e verso tutti gli altri esseri viventi. Ma non l’empatia finta, quella opportunista, bensì quella vera e spassionata. L’ananas pieno di petardi era una trappola messa lì da alcuni contadini che si vedevano puntualmente distrutti i propri raccolti da parte dei cinghiali che nella zona sono un problema e un pericolo da sempre. Per comprendere le loro ragioni è necessario immedesimarsi in queste persone, che vivono di agricoltura, di ciò che deriva dalla terra. La loro sopravvivenza, quella dei loro figli, dipende da quel raccolto. E allora, mettendoci nei loro panni e sapendo che c’è un pericolo, i cinghiali appunto, cosa avremmo fatto noi per difendere il nostro cibo, per difendere il cibo da dare ai nostri figli, alle nostre famiglie? Difficile rispondere, perché noi non abbiamo di questi problemi. Ci basta andare in un supermercato per procurarci del cibo. Basta qualche euro, e il gioco è fatto. Diverso è il discorso, invece, per chi senza cibo muore.

Tutto ciò lo scriviamo non per giustificare lo scempio e l’uccisione di un elefante di soli 15 anni, che fra 20 mesi avrebbe partorito, ma solo a beneficio di chi non riesce a vedere il mondo oltre il proprio naso ed etichetta come cattiveria gratuita un gesto che, seppure terribile, è semplice spirito di sopravvivenza. Nella gallery scorrevole in alto a corredo dell’articolo vedete alcune foto, tra le quali alcune rese note di recente, del pachiderma morto, del suo recupero dal fiume da parte di altri due elefanti e alcuni disegni, omaggi di artisti alla sofferenza dell’elefantessa. Qualche infarinatura di antropologia non farebbe male ai ‘pontificatori’ del web, che augurano il cancro a destra e a manca senza aver capito nulla del mondo. E della vita.