Coronavirus, il direttore dello Spallanzani: “Per ora le re-infezioni sono solo un’ipotesi”

"Intanto occorre sottolineare che lo studio non e' una novità perché è già uscito nel mese di maggio. Poi va detto che non si tratta di uno studio basato su dati ma di un commentary che rivela una ipotesi molto ben argomentata ma al momento solo un'ipotesi!"

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“Intanto occorre sottolineare che lo studio non e’ una novità perché è già uscito nel mese di maggio. Poi va detto che non si tratta di uno studio basato su dati ma di un commentary che rivela una ipotesi molto ben argomentata ma al momento solo un’ipotesi!”. Lo ha spiegato all’AGI, Giuseppe Ippolito, direttore dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani a proposito dello studio di alcuni ricercatori dell’Irccs Burlo Garofolo di Trieste che hanno pubblicato uno studio in cui ipotizzavano che la causa dell’alta mortalità del virus potesse essere legata a un meccanismo già noto per altri virus come la Dengue in cui il sistema immunitario dei pazienti gioca un ruolo centrale, perché, invece di difendere l’organismo lo aggredisce.

L’ipotesi allarmante dei ricercatori triestini: la presenza di anticorpi di precedenti infezioni da SARS-CoV-2 o di altri coronavirus potrebbe influenzare la probabilita’ di contrarre la malattia in forma più acuta.

Ipotizziamo – spiegano gli autori dell’Irccs Burlo Garofolo – che cicli ripetuti di infezione all’interno di una comunita’ potrebbero avere il potenziale per causare forme piu’ gravi di Covid-19, con sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS), come osservato durante l’epidemia SARS del 2003″. Per i ceppi piu’ pericolosi di coronavirus, come ad esempio il Mers-CoV ed il Sars-CoV, e’ stato identificato un fenomeno immunologico noto come Antibody Dependent Enhancement (Ade), scatenato da re-infezioni. “In pratica – scrivono nell’articolo – non solo l’immunita’ acquisita non sembra proteggere dalle re-infezioni da coronavirus, ma puo’ addirittura diventare un boomerang, alleandosi con il virus stesso durante infezioni secondarie per facilitarne l’ingresso nelle cellule bersaglio, sopprimere l’immunita’ innata e scatenare o amplificare una reazione infiammatoria importante dell’organismo”, pregiudicando, spiegano i ricercatori, anche l’ipotesi che un vaccino possa essere efficace. (