In Italia i vaccini possono essere somministrati solo da un medico o dagli infermier, sotto la supervisione di un medico. A spiegarlo è Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale (Simg). “Le iniezioni intramuscolari, come i vaccini, possono essere fatte anche dagli infermieri, sotto la supervisione di un medico. Vuol dire che deve esserci un medico responsabile disponibile, che ha la responsabilità della terapia medica e sa come intervenire nel caso di un evento avverso“, precisa.
Nell’ipotesi emersa in questi giorni, che i vaccini antinfluenzali possano essere fatti anche in farmacia, Cricelli rileva come “i farmacisti non hanno studiato e non sono abilitati per eseguire procedure medico-diagnostiche. Se il Governo decide di autorizzarli a fare i vaccini, allora andrà modificata la legge e cambiato anche il corso di laurea in farmacia”.
Se si autorizzassero i farmacisti a fare i vaccini, si chiede, “chi si prende la responsabilità se si verifica una reazione avversa? E chi e come assiste la persona? Servirebbe un medico in farmacia, ma a quel punto viene meno la proposta. Le procedure vaccinali sono delicate, e io credo che ognuno debba fare il mestiere per cui ha studiato, si è abilitato e ha la responsabilità“. Quanto all’altra idea di poter fare i test sierologici per gli anticorpi Covid in farmacia, “si tratta di un test diagnostico certificativo, da cui dipendono alcuni effetti, come per esempio l’esecuzione di una terapia, che deve essere valutata da un medico. Non è come un test di gravidanza che ci si puo’ fare a casa da soli”.
In Italia se ne discute ancora, non senza polemiche, ma vaccinarsi in farmacia è possibile in almeno 36 paesi del mondo e proposto o in fase di sviluppo in altri 16. E’ quanto emerge dall’ultimo sondaggio della Fip (International Pharmaceutical Federation), a cui hanno partecipato un totale di 99 paesi e territori, fornendo “una panoramica dell’impatto della farmacia sulla copertura vaccinale”. Il rapporto, il più completo pubblicato finora, aggiorna un’indagine condotta dalla Fip nel 2016 e valuta diversi aspetti della vaccinazione promossa dai farmacisti. Secondo l’indagine, le farmacie di comunità offrono a quasi 1,8 miliardi di persone in tutto il mondo la possibilità di essere vaccinate. Sono 36 i tipi di vaccini somministrati: l’influenza, l’epatite B e il tetano sono i più comuni, ma l’elenco include anche vaccini per morbillo, malaria, infezioni pneumococciche e fuoco di Sant’Antonio. “Questo rapporto – spiega Catherine Duggan, Ceo di Fip – indica che il ruolo dei farmacisti nella vaccinazione ha continuato a crescere, ma si potrebbe estendere ancora di più“.
“Si dimostra che dove i farmacisti sono anche somministratori dei vaccini, grazie alla prossimità della farmacia – sottolinea – aumenta la copertura della popolazione. Le barriere legislative e regolamentari possono essere superate puntando sull’evidenza dei dati e affrontando questioni chiave, tra le quali il rimborso”. Il rapporto evidenzia anche una disparità tra Paesi ad alto e basso reddito: le vaccinazioni in farmacia sono disponibili nel 47% dei primi (43) rispetto a solo l’11% di quelli a basso reddito (28). “I farmacisti sono esperti di farmaci, operatori sanitari di prima linea e parte integrante della rete sanitaria sul territorio. L’espansione delle loro competenze incrementerà il loro contributo al miglioramento della salute pubblica. Incoraggio i Paesi che attualmente non consentono alle farmacie di somministrare vaccini – esorta Duggan – a collaborare con la Fip e le organizzazioni aderenti per condividere una strategia che porti ai cambiamenti necessari a vantaggio della salute per tutti”.


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