“Bergamo si profila come una delle aree più colpite al mondo” da Covid-19 “con una sieroprevalenza che supera di gran lunga le stime di New York (19.9%), Londra (17.5%) e Madrid (11.3%)”. E’ quanto emerge dallo studio dell’Istituto Mario Negri – in pubblicazione su ‘EBioMedicine’, uno dei giornali del gruppo di ‘Lancet’ – avviato a maggio su 423 volontari: 133 ricercatori della sede bergamasca dell’Irccs e 290 addetti dell’Azienda Brembo.
Ogni volontario è stato sottoposto a tampone nasofaringeo e a due diverse tipologie di test sierologico, per poterne valutare, tra le altre cose, performance e attendibilità. Lo studio offre una fotografia della circolazione del virus nell’area, che già secondo i dati ufficiali era fra le più colpite dalla pandemia. Come hanno testimoniato anche le immagini drammatiche delle bare portate via da una processione di camion militari, scatti simbolo di quanto vissuto dal Nord Italia nei mesi clou dell’emergenza sanitaria scatenata da Covid-19.
Dalla ricerca emerge inoltre nella provincia quasi il 40% di positività al test sierologico per gli anticorpi anti Sars-CoV-2. Ogni volontario è stato sottoposto a tampone nasofaringeo e a due diverse tipologie di test sierologico, per poterne valutare, tra le altre cose, performance e attendibilità. Risultato: “Il 38,5% del campione è risultato positivo al test sierologico ed ha sviluppato gli anticorpi contro il Sars-CoV-2”, spiegano gli autori del lavoro.
La maggior parte dei soggetti positivi agli anticorpi contro il coronavirus ha manifestato sintomi nelle prime due settimane di marzo, ma un sottogruppo ha riportato sintomi riconducibili al virus già a inizio febbraio 2020. Non vi sono differenze significative nella positività tra maschi e femmine, mentre i volontari positivi sono in media più anziani di qualche anno rispetto ai volontari negativi al test. Del 38,5% di soggetti positivi al test sierologico, solo 23 volontari sono risultati positivi anche al tampone nasofaringeo, che misura la presenza di materiale genetico di SARS-CoV-2 nel naso e nella gola. Si tratta di soggetti che hanno avuto sintomi nelle settimane precedenti al prelievo.
“L’analisi evidenzia che si tratta di casi con una bassissima carica virale che fa pensare a una capacità infettiva probabilmente nulla. I dati da rapportare alla situazione di maggio – afferma Susanna Tomasoni, capo del Laboratorio di terapia genica e Riprogrammazione cellulare – suggeriscono che qualificare l’entità della carica virale, piuttosto che riportare solo una positività di per sé, è importante per ottimizzare i criteri di dimissione dei soggetti infetti”. “Questo studio – sottolinea Ariela Benigni, segretario scientifico e coordinatore delle ricerche – ha importanti risvolti per le politiche di contenimento che dovrà mettere in atto il nostro Servizio sanitario nazionale nell’eventualità di una seconda ondata di infezione virale. E ci mostra che sarebbe opportuno che per ogni tampone positivo venisse quantificata anche la carica virale, in modo da non avere un quadro epidemiologico fuorviante”.
“Abbiamo voluto verificare se il test sierologico qualitativo rapido con ‘pungidito’ potesse rappresentare una valida alternativa al test quantitativo (Elisa) che prevede l’impiego del prelievo venoso. Ed è proprio così”. E’ la conclusione a cui è approdato lo studio dell’Istituto Mario Negri di Bergamo condotto a partire da maggio su 423 volontari dell’area, 133 ricercatori dello stesso centro e 290 addetti dell’azienda Brembo.
“Il test messo a punto da Prima* Lab è sostanzialmente sovrapponibile al test venoso per quanto riguarda sensibilità e specificità – ha spiegato Perico in una nota – Questo permette di considerare il test rapido ‘pungidito’ come strumento estremamente efficace e prezioso per identificare nel giro di dieci minuti soggetti che siano venuti a contatto col virus”.
