“C’è un dato ed è quello più importante: il 65% delle persone che si presentano nei nostri pronto soccorso vengono dimesse entro le 9 ore. Forse la mia età non più ‘verde’ mi permette di avere una visione un po’ più d’insieme, e quindi di cercare di raccontare la verità senza eccedere né nell’ottimismo né nel catastrofismo. La realtà che osservo è quella di una situazione ben gestita dalle Regioni di riferimento, in cui si sarebbe potuto fare meglio e di più sul territorio“. Ne è convinto Alberto Zangrillo, primario di anestesia e rianimazione dell’ospedale San Raffaele di Milano e prorettore dell’università Vita-Salute, intervenuto a ‘L’aria che tira’ su La7.
“Tutto questo – spiega – tenendo conto del fatto che c’è invece un sistema intraospedaliero organizzato secondo degli step gravità, per cui noi andiamo a prenderci cura del malato con sintomatologia lieve, media, grave. E fortunatamente quello che osserviamo è che coloro che hanno bisogno di cure intensive sono una netta minoranza che non è paragonabile” alla prima ondata di marzo-aprile. “Con questo non dico che non ci siano malati in terapia intensiva e che non vi saranno, però quella curva esponenziale che terrorizza per il momento non c’è”.
“Noi – conclude – dobbiamo veramente cercare di dare una parola non di ottimismo, ma di seria responsabilità, per confermare a chi ci ascolta che questa è una patologia che, quando conclamata clinicamente, può essere tempestivamente curata a domicilio e che vi è una popolazione molto ben identificata, che sono i grandi anziani portatori di co-patologie, che vanno protetti. Da chi? Dai loro nipoti, dai loro figli”.
“Io penso e spero” che la dichiarazione di Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, sul lockdown a Milano e Napoli, “sia decontestualizzata rendendola surreale. Se fosse vero, l’unico modo che ho di commentare è quello di implorare il presidente del Consiglio dei ministri”, Giuseppe Conte, “di parlare lui a nome di tutti. Perché chiudere Milano e Napoli è qualcosa di estremamente importante e significativo e penso che debba essere preannunciato e fatto dal Capo del Governo”.
“Io dico: chi parla se ne assume la responsabilità. Il professor Ricciardi avrà degli elementi che lo portano a dire coscientemente e con senso di responsabilità quanto ha detto. Se così non fosse è un problema suo e degli organismi preposti, il Cts e il governo stesso. Io continuo a cercare di farvi capire quello che noto quotidianamente. Non dico che sono tranquillo, però sono e devo essere responsabile“, sottolinea Zangrillo. “Ho delle responsabilità – continua – nei confronti di questo tipo di malati” con Covid-19, “e ho delle responsabilità anche nei confronti degli altri malati. Stamattina mi sono dovuto occupare di casi acutissimi con patologie che non c’entrano con Sars-Cov-2. Ci sono tutte queste situazioni in un ospedale. Per cui noi responsabilmente dobbiamo essere in un sistema organizzato che si occupa di tutto”.
“Se noi pensiamo che la soluzione sia quella di chiudere tutti in casa, è probabilmente corretta se è stato detto, però dobbiamo anche capire quali sono le conseguenze a cui ci esponiamo se chiudiamo tutti in casa. Comprendete? Perciò io adesso mi aspetto di ricevere dalla mia Regione delle informazioni su come dobbiamo comportarci in ragione di queste dichiarazioni”.
“Quando si pensa di risolvere il problema delle terapie intensive fornendo dei respiratori, vuol dire che non si è capito nulla. Perché, allora, vuol dire che uno può mettere un respiratore nel box di casa propria ed eventualmente utilizzarlo alla bisogna. Non è così, come potete immaginare. E’ il motivo per cui non decolla l’ospedale in Fiera a Milano, di cui probabilmente ci sarebbe bisogno se è vero che le terapie intensive sono sotto pressione, però è difficile farlo decollare, renderlo funzionale, proprio perché più delle macchine contano le persone”. E’ la riflessione di Alberto Zangrillo. L’esperto parte da una domanda sul suo mancato coinvolgimento dentro il Comitato tecnico scientifico nazionale per l’emergenza Covid-19 e puntualizza: “Io dialogo singolarmente con vari membri del Cts che stimo, apprezzo e conosco da anni, ma sono allergico a queste forme di coinvolgimento in organismi istituzionali. Ci sono entrato tempo fa, nel 2009, e ho istituito il network delle terapie intensive per fronteggiare l’H1N1, la pandemia influenzale che proveniva dall’emisfero australe”. Questa volta, conclude Zangrillo, “non è andata così, perché non sono stato preso in considerazione ma non me ne dispiaccio perché ho tratto grandissime soddisfazioni dal colloquio e dal dialogo costante con loro, cercando di dare comunque il mio contributo. Credo di averlo fatto cercando di stressare quelli che secondo me devono essere i principi essenziali, primo dei quali è un sistema sanitario organizzato“.
