Migrante morto a 15 anni: quando è stato salvato era denutrito

Secondo il medico di Emergency presente a bordo, al momento del salvataggio, Abou "non riportava sintomi particolari, se non una forte denutrizione, comune alla maggior parte delle persone che erano sulla sua barca"

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Abou Dakite aveva 15 anni, veniva dalla Costa d’Avorio, soccorso in mare dalla ong Open Arms il 10 settembre, era stato trasbordato sulla nave quarantena Allegra, in rada davanti Palermo. Sulla nave-quarantena è stato 12 giorni, dal 18 al 30 settembre. Le visite fatte il 28 e il 29 settembre rivelano un peggioramento delle sue condizioni di salute, e i medici dispongono il trasferimento in ospedale. All’ospedale Cervello di Palermo viene intubato. Il giorno dopo entra in coma, viene trasferito dal Cervello all’Ingrassia, in rianimazione.

E’ morto 5 ottobre. Open Arms e Medici senza frontiere chiedono che i migranti non trascorrano le misure di quarantena per il contenimento dei contagi da Sars-Cov-2 sulle navi, ma negli ospedali, perché – sottolineano – “Abou non aveva sintomi particolari quando è stato salvato”, ma “tutte le persone soccorse sono in condizioni di salute precarie”. Abou infatti come tutti gli occupanti del barchino era denutrito e tutti i migranti quando vengono soccorsi sono fragili, a loro servono “strutture adeguate dove vengano garantite loro le cure necessarie e dove i loro diritti vengano rispettati. Perché quello che è successo ad Abou non si ripeta. All’indomani della morte del 15enne, la Open Arms ed Emergency hanno diffuso un comunicato con alcune “precisazioni sullo stato di salute di Abou, mentre era a bordo della Open Arms”, spiegando anche che aveva avuto un episodio di febbre, forse per un’infezione, ma si era ripreso e che era risultato negativo due volte al tampone.

L’imbarcazione su cui viaggiava Abou – ricordano le ong – è stata soccorsa il 10 settembre. Secondo il medico di Emergency presente a bordo, al momento del salvataggio, Abou “non riportava sintomi particolari, se non una forte denutrizione, comune alla maggior parte delle persone che erano sulla sua barca”. Il 17 settembre, verso le 21, il ragazzo ha iniziato ad avere la febbre e un forte dolore lombare: è stato subito condotto nell’ambulatorio della nave, dove è stato sottoposto al test per il Covid-19 che è risultato negativo. Lo staff medico lo ha reidratato per via endovenosa, gli ha somministrato del paracetamolo e una terapia antibiotica, ipotizzando una possibile infezione alle vie urinarie.

E “quando il ragazzo ha lasciato l’ambulatorio, la febbre era scesa”. Abou aveva tante cicatrici, ma “secondo lo staff medico delle ong le cicatrici sugli arti di Abou non sembravano riconducibili a torture o maltrattamenti recenti; sempre secondo quanto riportato da un amico che faceva da interprete, si trattava di lesioni molto vecchie che risalivano al periodo dell’infanzia”. Infatti “a causa della barriera linguistica, tutte le comunicazioni tra lo staff e il ragazzo sono state sempre mediate da un suo amico, con il quale era possibile comunicare in francese”.

La mattina del 18 settembre, alle 9,30, il medico ha visitato nuovamente Abou che aveva ancora un po’ di febbre, ma era in condizioni generali migliori. Gli ha somministrato ancora un antibiotico e un trattamento reidratante, ha eseguito un’ecografia addominale che non ha rivelato nessun problema evidente e l’ha sottoposto a un secondo test per il Covid-19, che è risultato ancora negativo. “Abou – sottolineano Emergency e Open Arms – è stato tenuto in osservazione per circa due ore, durante le quali non ha dato segni particolari di malessere e ha chiesto di poter avere qualcosa da mangiare”. Alle 14 dello stesso giorno è stato trasferito sulla nave Allegra per la quarantena con ancora la flebo al braccio e “contestualmente, il medico di Emergency ha consegnato al medico della Croce Rossa una relazione che riportava la situazione del paziente nei dettagli”.

Quindi, secondo le ong, quando è stato trasferito sulla nave quarantena “al momento dello sbarco, Abou sembrava stare meglio: era salito sul rhib con le sue gambe e comunicava sia con lo staff, sia con gli altri ragazzi”. Invece poco più di due settimane dopo è morto.

“Siamo profondamente addolorati per la morte di Abou e rimaniamo in attesa di capirne le ragioni”, commentano le ong, ricordando: “Le persone che soccorriamo sono tutte in condizioni di salute precarie, hanno subito abusi e violenze, hanno affrontato giorni di attesa in mare. Ribadiamo pertanto la necessità che vengano fatte sbarcare in un porto sicuro nel più breve tempo possibile e che venga loro permesso di trascorrere i giorni di quarantena in strutture adeguate dove vengano garantite loro le cure necessarie e dove i loro diritti vengano rispettati”.