Abbiamo ampiamente illustrato, in diverse nostre considerazioni in questi mesi di allarme sanitario, la palese connessione tra l’azione virale e l’andamento meteo climatico ambientale. Dato il nostro convincimento che il virus possa divenire più aggressivo, più nocivo e, quindi, più problematico per le nostre struttura sanitarie, in presenza di talune condizioni atmosferiche e ambientali, cerchiamo di monitorare l’evoluzione del tempo nel medio-lungo periodo, al fine di cercare di cogliere le aree, e in anticipo, che potrebbero essere più esposte a particolari azioni bariche in conseguenza delle quali il covid-19 potrebbe portare maggiori problematiche. Ciò al fine, lo si spera, di organizzare eventuali azioni preventive e più mirate in vista di possibili complicazioni della situazione. Intanto, a oggi, i casi positivi al covid-19, stanno aumentando a dismisura, dell’ordine di circa 20.000 al giorno.
E’ un parametro, questo dei casi positivi, assolutamente preventivato come enormemente in ascesa per fattori ambientali favorevoli e tipici della stagione autunnale e invernale, ossia l’aumento dell’umidità nei bassi strati e, nel contempo, diminuzione della temperatura e in modo particolare delle ore di sole. Non deve preoccupare l’elevato numero dei positivi: questo può lievitare anche fino a svariati milioni, come è tipico di azioni virali stagionali. Il numero dei pazienti ricoverati in terapia intensiva, soprattutto proporzionato all’enorme aumento dei casi positivi, per il momento non è particolarmente preoccupante: 1.200 posti occupati a fronte di 6.600 disponibili. A questo proposito va rilevato che in marzo e aprile le terapie intensive erano 1.500 in meno rispetto a ora, 5.000 circa, e erano pressoché sature, poiché quasi tutte occupate (siamo arrivati a 4.100 ricoverati, concentrati nelle Regioni del Nord). Se si fa un riscontro tra i picchi di marzo e aprile e quelli odierni si rileva questo: in quella fase primaverile si arrivavano a fare circa 35.000 tamponi al giorno, oggi se ne fanno circa 5 volte in più. Ma, attenzione, la percentuale dei positivi di oggi è uguale a quella di fine marzo-inizio aprile: allora venivano fuori circa 4.700 positivi al giorno su 35.000 tamponi circa; oggi vengono fuori circa 21.600 positivi, ma su 161.000 tamponi, ossia su 4,6 volte in più di tamponi rispetto a fine Marzo. Se si moltiplica 4,6 per 4.700, i positivi medi giornalieri di allora, si arriva a 21.600 circa. Cosa vuole dire questo? Che il tasso di positività è rimasto invariato rispetto al picco di fine marzo-aprile. Oggi i positivi sono in numero maggiore, semplicemente perchè si fanno decisamente più tamponi, nell’ordine di 4/5 volte in più rispetto a fine marzo inizio aprile.
Quel tasso di positività invariato va valutato a fronte di un numero di terapie intensive occupate assolutamente più confortante oggi, rispetto ad aprile: 1.200 su 6.600.
Veniamo alla questione morti. I picchi ci sono stati a marzo e aprile. In febbraio, in maggio, in giugno, in luglio, in agosto e in settembre, i morti sono stati in meno rispetto agli stessi mesi del quinquennio precedente; gennaio ha fatto registrare morti più o meno nella media e ottobre è ancora da stimare. In ogni modo, i morti giornalieri attuali attribuiti al covid-19 (e sull’attribuzione ci sarebbe tanto da dire, ma sorvoliamo in questa sede), oscillanti tra 80/100/120/150, rientrano nella media giornaliera di morti per problemi di tipo respiratorio. Quando diciamo media giornaliera, intendiamo morti che accadono normalmente al giorno in Italia per problemi respiratori, in tempi non pandemici.
Il dato attuale dice che nonostante i positivi individuati siano enormemente aumentati, il tasso di positività è rimasto immutato rispetto a fine marzo-inizio aprile; i morti, però, a circa un mese dall’inizio del nuovo vertiginoso aumento dei contagi, sono fortemente contenuti, allora 400/500/600 al giorno, oggi 90/100/120/150 e fortemente diminuite sono le terapie intensive, allora 4.100 posti occupati su 5.000 disponibili, oggi 1.200 posti occupati su 6.600 disponibili.
Sulla base di questa disamina parziale, cosa possiamo dedurre? Due dati molto semplici:
che allora si proveniva da 2/3 mesi circa di anticiclone quasi pressante (salvo poche fasi di rilassamento) e soprattutto in Pianura Padana e in alcune valli pre-alpine, con bassi strati pregni di particolati nocivi, peraltro veicolanti virus e, quindi, incentivanti una particolare carica virale, in più pregni di umidità giacente, il tutto un mix micidiale per la salute;
che fino a quando non ci sono esasperazioni anticicloniche continue e persistenti nei mesi autunnali-invernali, pur in presenza di aumento esorbitante di positivi, terapia intensiva e morti non dovrebbero essere preoccupanti.
Ricordiamo che dal 2015 in Italia si muore ogni anno di più e ciò per ragioni più verosimilmente legate al cambiamento climatico: nel 2015, 53.000 morti in più rispetto al quinquennio precedente; nel solo gennaio 2017, 23.000 morti in più rispetto allo stesso mese nel quinquennio precedente, e poi da computare certamente morti in più in questo 2020, ma verosimilmente inferiori rispetto al 2015, in riferimento al quinquennio precedente.
I cambiamenti climatici hanno portato alte pressioni pressanti, specie sulle aree temperate e nei mesi autunnali-invernali, come mai prima. Tra 2015 e il 2020 sono accorsi i 5 anni più caldi da quando esistono le rilevazioni, 150 anni circa, un’autentica rivoluzione meteo-climatica ambientale. Le alte pressioni pressanti invernali-autunnali, sono una fucina micidiale per azioni di patogeni chimici e virali. Tornando alle condizioni attuali e alla differenza tra l’aggressività del virus in questo ottobre con quella di marzo e aprile, va rilevato che questa prima parte autunnale è trascorsa con atmosfera molto dinamica, con parecchio movimento di aria, poca stagnazione e tempo spesso instabile (come tra l’altro da noi previsto) e ci ritroviamo con tanti positivi, questi fisiologici per maggiori favori termici e igrometrici stagionali, ma con terapie intensive e morti contenuti. Prossimamente, entro la prima decade di novembre,però, potrebbe cambiare qualcosa.
Infatti, dal 30 ottobre e con buona probabilità fino al 3/4 novembre, potrebbe esserci un’alta pressione più pressante in particolare sul Nord Italia. Questa fase potrebbe comportare un aumento temporaneo di particolati nocivi nei bassi strati e un ristagno di umidità, per di più in condizioni termiche favorevoli, tali da consentire un lieve aggravarsi dell’azione patogena, in particolare su tutta la Pianura Padana, tra Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. In linea generale, una maggiore stagnazione di aria riguarderebbe un po’ tutto il territorio, ma in misura maggiore il Nord Italia, in forma media il Centro, in misura minore il Sud. In sintesi, contemporaneamente a un aumento esponenziale e continuo dei positivi, potrebbero registrarsi più persone in terapia intensiva e anche più morti nella prima parte di Novembre in particolare sulle aree settentrionali citate, più sensibili ed esposte agli effetti nocivi della stagnazione di aria per ragioni orografiche peculiari; pazienti in terapia intensiva e morti leggermente superiori, rispetto al dato odierno, anche al Centro, specie nel Lazio, magari anche su Campania, qui essenzialmente su aree metropolitane occidentali. Evoluzione più o meno invariata sul resto d’Italia. Il dato generale, comunque, non computerebbe numeri particolarmente preoccupanti, ancora lontani da quelli di marzo e aprile, perchè la fase anticiclonica non dovrebbe durare a lungo.
Già dal 5/7 Novembre potrebbe essere possibile l’instaurarsi di una circolazione instabile a matrice occidentale prima, settentrionale dopo, con più movimento di aria e minori favori per aggressività virale e accumulo nei bassi strati di particolati chimici. Questa redazione monitorerà l’andamento barico nel medio lungo periodo, al fine di individuare in anticipo le possibili fasi temporali nonchè le aree italiane con contesti meteo-ambientali potenzialmente più favorevoli all’aggravarsi dell’emergenza sanitaria.