Il coronavirus ha reso il 2020 un anno davvero complicato. Sono tantissimi i paesi europei che ancora lottano contro il virus, nel tentativo di far diminuire i contagi e ‘sconfiggerlo’, in attesa dei vaccini, mentre nei paesi asiatici sono riusciti a controllare meglio la pandemia. Ma come è possibile? Come hanno fatto? A dare una risposta ci hanno provato gli scienziati dell’Irccs San Raffaele di Milano e università Vita-Salute in uno studio condotto con colleghi russi.
Come è possibile che ci siano queste grandi differenze in termini di mortalità? Potrebbero incidere diversi fattori che vanno dall’età media delle popolazioni, alla cultura ed esperienza passata con emergenze di questo tipo. Anche fumo e Dna potrebbero essere importanti, non solo il lockdown. “E’ improbabile che le strategie di lockdown siano implicate in queste differenze, poiché sono state applicate in tutto il mondo con tempi e modalità simili. Inoltre, secondo i dati di ‘Google Mobility Trends’, le interruzioni della vita normale sono state ancora meno severe in??Asia che in Europa e in America. D’altra parte, l’analisi delle differenze nelle caratteristiche della popolazione, nella storia recente e nel comportamento sociale può spiegare questa tendenza“, hanno spiegato i ricercatori coinvolti nello studio, fra cui figurano come primo autore Giovanni Landoni dell’Anestesia e rianimazione del San Raffaele e come autore senior il primario dell’Irccs e prorettore dell’ateneo Vita-Salute Alberto Zangrillo.
Secondo il lavoro pubblicato su ‘Pathogens and Global Health’ i tassi di mortalità da Covid-19 “non sono uguali tra i diversi Paesi e vanno da meno di un decesso per milione di abitanti registrato a Taiwan, Vietnam e Thailandia fino a 1.112 morti per milione in Belgio“. La differenza nella mortalità media per milione è “notevole tra i Paesi asiatici ed europei (2,7 contro 197 decessi per milione di abitanti)”. Emerge anche che più tardi un determinato Paese è stato colpito dall’epidemia, più lieve è stato l’impatto sulla mortalità durante i primi 50 giorni.
Attribuire la differenza al numero di test eseguiti “non è realistico, poiché la maggior parte dei Paesi la percentuale di popolazione testata è simile (tra il 10% e il 25%)“. Secondo gli esperti la pandemia “ha colpito profondamente la società moderna e l’economia, poiché è stato necessario individuare modi alternativi di lavorare, viaggiare e comunicare“.
Gli autori dello studio pensano che ci siano degli aspetti da comprendere più a fondo e hanno esaminato “i motivi per cui l’Asia ha avuto performance migliori del resto del mondo nella gestione di Covid-19″. “La popolazione asiatica è più giovane rispetto a quella europea e nordamericana. L’età media della popolazione in Asia è di 31 anni, rispetto ai 42 anni in Europa e ai 35 in Nord America. In Italia, particolarmente colpita in modo precoce e gravemente, è di 45,5 anni, una delle più alte al mondo”, questa è la spiegazione che si sono dati gli esperti che risponde, seppur in parte, alla domanda. “L‘epidemia di Sars del 2003 potrebbe aver dato ad alcuni Paesi asiatici (in particolare Cina, Hong Kong e Taiwan) alcuni vantaggi nella lotta a Covid. Sapevano già come affrontare un’epidemia e hanno intrapreso azioni tempestive non appena sono stati segnalati i primi casi, imponendo limitazioni di viaggio, lockdown e usando la tecnologia moderna per tracciare l’infezione“. Mentre Europa e Stati Uniti “non hanno avuto alcuna esperienza diretta con le epidemie nel ventesimo secolo” e la popolazione ha avuto difficoltà ad accettare le misure restrittive, l’imposizione di mascherine e distanziamento.
“L’elevata prevalenza di fumatori attivi tra la popolazione maschile in Asia potrebbe aver giocato un ruolo. Infatti, è stata precedentemente segnalata una controintuitiva correlazione negativa tra il fumo attivo e una progressione verso un quadro clinico Covid più grave. Sebbene i meccanismi alla base di questo fenomeno debbano ancora essere pienamente compresi“, hanno aggiunto gli espeti. “I modelli genetici protrombotici sono meno comuni in Asia che nel resto del mondo. Gli individui portatori di mutazioni protrombotiche potrebbero essere più inclini a sviluppare la cosiddetta MicroClots correlata a Covid, la sindrome infiammatoria che ha come target soprattutto l’endotelio, la parete interna dei vasi, a livello polmonare, e come conseguenza comporta manifestazioni trombotiche in una percentuale significativa di casi, che peggiorano il quadro. L’ultimo elemento di riflessione arriva a toccare anche il cibo, “poiché la riduzione della mortalità è stata correlata al consumo di determinati alimenti, la maggiore presenza di diversi prodotti nella cucina orientale può avere un effetto protettivo“.
“La popolazione asiatica ha svolto un ruolo cruciale nel prendere l’iniziativa. Proprio come ha fatto Marco Polo 700 anni fa, viaggiare nel mondo orientale – comprendere i costumi e le tradizioni di una cultura diversa – può aiutarci a migliorare la nostra strategia per anticipare Covid-19″, hanno concluso.


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