Prima la variante inglese, poi quella sudafricana, ora quella italiana: ecco perché trovarle è un bene nella lotta al Covid-19

Le varianti del virus del Covid-19 sono come i pezzi di un puzzle: più ne troviamo e meglio è per tutti

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Dopo la scoperta, a Brescia, di una variante italiana del Covid-19, le paure i timori per un eventuale inasprimento della pandemia sono tante, soprattutto in un momento come questo in cui la popolazione è spaventata e quanto mai incerta. Ma la verità è che la scoperta di una variante del virus non è un male, anzi. Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha definito importante intensificare il sequenziamento genomico in tutto il mondo, per garantire che le nuove varianti del coronavirus vengano siano rilevate. Le nuove varianti rilevate nel Regno Unito e in Sud Africa, che sembrano essere più contagiose, hanno causato preoccupazione e attivato nuove restrizioni di viaggio nell’ultimo mese. Il direttore generale, in conferenza stampa online da Ginevra, ha detto che “ci saranno battute d’arresto e nuove sfide nell’anno a venire, ad esempio nuove varianti di Covid-19, così come aiutare le persone stanche della pandemia a continuare a combatterla“.

L’Oms, ha sottolineato, sta lavorando a stretto contatto con scienziati di tutto il mondo per “comprendere meglio tutte le modifiche al virus” e il loro impatto. Ha inoltre affermato di voler “sottolineare l’importanza di aumentare la capacità di sequenziamento genomico in tutto il mondo” e di condividere le informazioni con l’agenzia sanitaria delle Nazioni unite e gli altri Paesi: “Solo se i Paesi cercano e testano in modo efficace si sarà in grado di raccogliere le varianti e adattare le strategie per farcela“.

Virologo Clementi: “E’ un bene studiare le varianti, non devono spaventare”

La scoperta a Brescia di una variante di coronavirus Sars-CoV-2 che circola dai primi di agosto in Italia e risulta essere molto simile alla variante inglese “è molto interessante. Conferma tutto quello che negli ultimi giorni abbiamo detto sulle varianti: non devono necessariamente spaventare. Quella osservata in Gb potrebbe aver attirato di più l’attenzione perché a un certo punto si è visto che, a differenza di quella italiana” descritta dal virologo Arnaldo Caruso, “è prevalsa su altre. Ma questo può capitare se la variante in questione conferisce al virus una maggior capacità diffusiva”. E’ l’analisi di Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’ospedale San Raffaele di Milano e docente dell’università Vita-Salute.

L’esperto commenta all’Adnkronos Salute le informazioni che arrivano sulla variante italiana messa sotto la lente da Caruso, presidente della Società italiana di virologia (Siv-Isv), ordinario di Microbiologia e Microbiologia clinica all’università degli Studi di Brescia e direttore del Laboratorio di microbiologia dell’Asst Spedali Civili. “Anche Massimo Ciccozzi“, l’epidemiologo dell’università Campus BioMedico di Roma che ha lavorato all’analisi della variante in questione con Caruso, “in più di un’occasione ha spiegato che sono state individuate 12 o 13 varianti che già circolavano in Italia – ricorda Clementi -. Nessun allarmismo, dunque”. Dalle analisi condotte sulla variante inglese, per esempio, “fortunatamente non sembrerebbe più patogena a tutti i riscontri fatti e il vaccino sembra proteggere. Stiamo tranquilli: se la variante non muta il cosiddetto Receptor-Binding Domain (Rbd), e quello non può cambiare perché il virus non riuscirebbe più a usare il recettore cellulare” per fare breccia nell’organismo umano, “la variante non comporta problemi. Servono ovviamente studi per confermare tutto questo. La variante inglese dà spunti interessanti, così come quella descritta da Caruso e Ciccozzi, i quali sono convinto faranno ulteriori studi e verifiche anche” sul fronte vaccino.

E’ intanto, prosegue Clementi, importante dare tranquillità all’opinione pubblica, perché si era diffusa una certa ansia per la variante inglese, probabilmente per le uscite del primo ministro britannico Boris Johnson, fatte pochi giorni prima di siglare l’accordo per la Brexit. Degli scienziati inglesi hanno anche firmato un documento in cui chiedevano un lockdown duro in virtù di questa variante”. Ma, obietta il virologo, “una variante non richiede nessun particolare lockdown in sé. Forse c’è da dire che l’Inghilterra ha avuto finora un atteggiamento più soft nei confronti dell’infezione rispetto ad altri Paesi. Si girava senza mascherina e si frequentavano pub fino a pochi giorni fa, a giudicare dai resoconti. Probabilmente questo giustifica la richiesta di una maggiore rigidità, piuttosto che la variante in sé“. Ultimo aspetto da evidenziare “sui vaccini a Rna – conclude Clementi – è che le due aziende produttrici hanno specificato non solo che dovrebbero garantire immunità anche verso queste varianti circolate, ma anche che, qualora servisse (e per il momento non serve), potrebbero essere rimodulati in un tempo relativamente breve, qualche settimana. Certo, si porrebbe la questione se risottoporre il vaccino ‘rimodulato’ a tutta la trafila delle fasi di sperimentazione e così via, però la tecnologia in sé consente una flessibilità notevolmente maggiore rispetto a tutte le altre piattaforme di produzione dei vaccini“.

Scoprire le varianti del virus Sars-Cov-2, dunque, è comunque conoscerlo sempre di più e sempre meglio. E le regola valida è quella dei migliori e peggiori tempi di guerra: più conosci il nemico meglio riuscirai a difenderti. Le varianti sono ‘pezzi’ di di Covid-19 in più che gli scienziati mettono insieme come in un puzzle, e più le idee saranno chiare, più il disegno prenderà forma, prima vedremo al luce in fondo al tunnel.