Che la vitamina D possa essere un valido alleato contro la malattia causata dal virus Sars-Cov2 è una tesi sostenuta da tempo da diversi scienziati. Ora, diverse analisi scientifiche sono sempre più concordi nell’evidenziare come la regolare assunzione di vitamina D possa ridurre il rischio di mortalità da Covid-19. Se assunta prima dell’insorgenza dell’infezione, la reazione dell’organismo può cambiare notevolmente. In Gran Bretagna il governo aveva approvato un protocollo per la distribuzione di integratori a base di vitamina D a 2.7 milioni di persone, già lo scorso mese di novembre. L’Italia, anche in questo, è più in ritardo: solo il Piemonte, attualmente, sta mettendo a punto un protocollo che preveda l’utilizzo della vitamina D.
E’ noto, in campo medico, come la vitamina D assuma un ruolo fondamentale nell’attività antimicrobica sia contro gli agenti patogeni che contro i virus respiratori. Nel momento in cui si registra una carenza di questa vitamina nel sangue il rischio di contrarre influenze o infezioni respiratorie, anche acute, aumenta notevolmente. Non solo: se i livelli di vitamina D sono corretti aumenta anche la capacità di difesa immunitaria del soggetto.
Già questo, dunque, ci restituisce la dimensione dell’importanza di questa vitamina per l’organismo umano contro qualsiasi tipo di malattia. Il tutto, rapportato alla malattia da Sars-Cov2, diventa illuminante: uno studio del fisico Mario Menichella, della fondazione Hume presieduta dal professor Luca Ricolfi, ha evidenziato come l’insufficienza di vitamina D possa incidere sulle cause di mortalità da Covid. La sua carenza andrebbe a compromettere la funzione immunitaria respiratoria che, di conseguenza, aumenterebbe il rischio del decesso.
Uno studio italiano pubblicato sulla rivista The Journal of the American College of Nutrition (JACN) ha fatto emergere “come i bassi livelli di vitamina D al momento del ricovero siano significativamente associati ad un aumentato rischio di mortalità nei pazienti ospedalizzati con COVID-19. Si tratta di uno studio retrospettivo condotto su un totale di 137 pazienti ricoverati presso il Policlinico di Tor Vergata durante la primavera del 2020, periodo corrispondente alla prima ondata di Covid 19 in Italia. Al momento del ricovero, tutti i soggetti arruolati nello studio presentavano un deficit di vitamina D, definito da valori di 25-idrossivitamina D <30ng/mL. Inoltre, i soggetti andati incontro ad esito fatale (59 pazienti su 137) presentavano valori di vitamina D significativamente inferiori del 40% rispetto ai soggetti sopravvissuti (8ng/mL. Vs 12ng/mL)oltre che valori significativamente maggiori dei principali marker infiammatori e di coagulazione”.
In questo contesto l’utilizzo della vitamina D contro per prevenire gli effetti da coronavirus diventa quasi un imperativo imprescindibile. L’integrazione di vitamina D, secondo i risultati finora ottenuti, sembra che riesca a incidere sulla diminuzione dei casi di malattia grave e decessi. Sono necessari dunque integratori alimentari? La risposta non è così ovvia come sembra: fare scorta di vitamina D ogni giorno è consigliato a prescindere dalle linee guida nazionali, ma oltre agli integratori anche l’esposizione al sole può aiutare molto in questo senso. Un’esposizione che preveda almeno braccia e gambe scoperte, esposte ai raggi solari per almeno 20 minuti.
I lockdown e le chiusure, in tal senso, sono sicuramente deleteri, dato che risulta essere un enorme ostacolo per i meccanismi immunitari di difesa, proprio perché meno si è esposti al sole, più si abbassano i livelli di vitamina D nel sangue. In merito, abbiamo chiesto al biologo nutrizionista Vincenzo Liguori se, dunque, l’assunzione di vitamina D può essere davvero considerata una terapia preventiva per il Covid:


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