Covid, -95% di morti e -90% di ricoveri ma sui vaccini restano 3 incognite: il momento chiave sarà ottobre

Covid, le tre grandi incognite sui vaccini: per ottenere le risposte e poter cantare vittoria dovremo aspettare l'autunno

E’ il momento delle buone notizie sul fronte Coronavirus: la situazione epidemiologica sta migliorando sempre più rapidamente, il numero dei morti giornalieri è sceso sotto i 100 per la prima volta da ottobre e il tasso di positività è crollato al 2% mentre i malati ricoverati nei reparti sono diminuiti riportando gli ospedali fuori dall’emergenza. Negli ultimi giorni assistiamo a toni trionfalistici nei confronti dei risultati della campagna vaccinale, ma in realtà restano molti dubbi sul fatto che siano stati proprio i vaccini a determinare questo miglioramento. Gli stessi identici numeri di questi giorni, infatti, li abbiamo già riscontrati a metà maggio dello scorso anno, quando i vaccini non c’erano. E in Italia ad oggi soltanto il 14% della popolazione risulta già vaccinata con entrambe le dosi, mentre arriviamo al 33% se consideriamo anche coloro che hanno ricevuto soltanto la prima dose. Ancora troppo poco, per vederne gli effetti sulle curve epidemiologiche: in Israele, nel Regno Unito e negli USA si sono liberati prima del Sars-CoV2 perchè hanno vaccinato con una dose più del 75% della popolazione e oltre il 90% degli over 50 quando era ancora inverno. In quei Paesi, infatti, i numeri sono migliorati sensibilmente già a marzo, a differenza di un anno fa e a differenza di tutti gli altri Paesi in cui la pandemia continuava a galoppare, mentre adesso rallenta ovunque nella fascia del clima temperato, anche nei Paesi che non hanno ancora raggiunto numeri vaccinali significativi.

Ecco perchè è molto probabile che in Italia la situazione stia migliorando così rapidamente per motivi naturali, ambientali e climatici, esattamente come un anno fa, a prescindere dalle vaccinazioni.

Nel weekend l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) ha pubblicato il primo report nazionale sull’impatto della vaccinazione anti Covid in cui si legge che “nelle persone vaccinate il rischio di infezione da Sars-CoV2, di ricovero e di decesso, diminuisce progressivamente dopo le prime due settimane. A partire dai 35 giorni dall’inizio del ciclo vaccinale si osserva una riduzione dell’80% delle infezioni, del 90% dei ricoveri e del 95% dei decessi sia negli uomini che nelle donne e in persone di diverse fasce di età“.

In realtà, però, lo stesso calo di infezioni, di ricoveri e di decessi si sta verificando nella parte non vaccinata della popolazione (che in Italia è ancora straordinariamente maggioritaria, con il 67% degli italiani che non hanno ricevuto neanche una dose). La situazione sta migliorando esattamente come un anno fa grazie all’aumento delle ore di sole, delle temperature e alla diminuzione di piogge e umidità. Ecco perchè i toni trionfalistici come quelli dell’immunologo Mauro Minelli, responsabile per il Sud della Fondazione italiana di Medicina personalizzata, sembrano ancora prematuri. Minelli, in un’intervista all’Adnkronos, ha detto che “I vaccini rendono l’Italia tutta uguale, per la prima volta. L’anno scorso non fu così. In attesa di abbandonare i bollettini epidemiologici nella loro routinaria ritualità, oggi possiamo dirlo: la campagna di vaccinazione sta funzionando alla grande e i numeri si avvicinano dappertutto alla frontiera della zona bianca. Si risponde così alle diffidenze di certe frange ‘no vax’, alle quali diciamo che la battaglia al coronavirus la stiamo combattendo comunque anche senza di loro. L’indice di contagio, che non deve essere un totem, è decisamente in calo e sotto i livelli di guardia. Le terapie intensive alleggeriscono la pressione ovunque e ciò che conta di più è che il tasso di positività è regolarmente sotto il 3% nazionale da 6 giorni (2,2% sabato 15 maggio). Ci sono motivi di speranza, insomma, quelli che avevamo preconizzato già da qualche settimana, attenendoci alla realtà e non agli auspici. Sono i vaccini e non il lockdown che stanno portando a questa situazione nuova. Sono i vaccini che dimostrano che si può far festa anche all’aperto senza rischiare una recrudescenza dei contagi. Siamo a 2 settimane dalla ormai famosa festa dell’Inter in piazza Duomo e Milano registra parallelamente un andamento in discesa, perfettamente in linea con il dato di altre regioni. C’è una differenza. La vaccinazione di massa produce un’evoluzione omogenea dei numeri del contagio, chiaramente verso i minimi storici, tra territori e regioni, e non difforme come fu nel maggio del 2020 quando alcune regioni mostrarono criticità assolutamente incomparabili. La fiducia nella scienza è affidarsi a soluzioni che la medicina riesce a trovare, come nel caso dei vaccini. Non è scienza quella di chi pone come unica soluzione la sospensione della socialità a oltranza“. Ma l’Italia non ha ancora alcuna vaccinazione di massa, come già anticipato in base ai numeri ufficiali forniti dal Governo. E a Milano nella piazza dello scudetto dell’Inter c’erano ragazzi che non hanno avuto ancora la possibilità di fare il vaccino, quindi non vaccinati.

E’ vero che l’anno scorso c’è stato un rigido lockdown, ma è anche vero che quest’anno abbiamo avuto analoghe limitazioni. Anzi. Quest’anno, a differenza dello scorso anno, ci sono state le mascherine per tutti, con utilizzo obbligatorio anche all’aperto. Abbiamo avuto le zone rosse, arancioni, il divieto di spostamenti, il coprifuoco notturno, la chiusura di cinema, stadi, teatri, palestre, locali. Insomma, le stesse restrizioni del lockdown con la differenza che lo scorso anno sono durate due mesi, da marzo a metà maggio, e che quest’anno sono iniziate a ottobre e le stiamo allentando soltanto adesso, anzi, con il coprifuoco stiamo andando ben oltre lo scorso anno quando dal 18 maggio c’era la totale libertà di circolare all’interno della propria Regione senza alcuna autocertificazione in qualsiasi orario del giorno e della notte.

Insomma, non si può certo attribuire ad una coincidenza il fatto che la situazione sia migliorata sia lo scorso anno che quest’anno con la stessa identica tempistica nel mese di maggio, e cioè guarda caso nel mese in cui arriva il caldo, aumentano notevolmente le ore di luce solare, si riduce il tasso di umidità relativa e smette di piovere con una certa frequenza. Tra le poche certezze scientifiche sulla pandemia, la scienza ha già dimostrato che i raggi ultravioletti uccidono il Sars-CoV2 in pochi secondi e ribadito che il contagio segue fortemente un andamento stagionale legato alle condizioni meteo-climatiche.

Sui vaccini, invece, rimangono tre grandi incognite che si potranno sciogliere soltanto il prossimo autunno, tra ottobre e novembre, e cioè:

  1. Quanto dura l’immunità vaccinale? 
  2. Questi vaccini ci proteggeranno da tutte le varianti del virus? 
  3. La vaccinazione è utile ad evitare le forme gravi della malattia, e quindi le morti e le ospedalizzazioni, o dà anche l’immunità dal contagio? 

Sono tre punti chiave, ancora senza risposta, che determineranno la reale capacità di ripartire definitivamente o, al contrario, ci faranno ripiombare nell’incubo della pandemia all’arrivo della prossima stagione fredda e piovosa.

Ad oggi, infatti, nessuno sa quanto durano gli anticorpi indotti dalla vaccinazione. Inizialmente si pensava 6 mesi, adesso alcuni studi dimostrano che si può arrivare anche a un anno. Ma la vaccinazione di massa è iniziata soltanto a fine dicembre nel Regno Unito e a gennaio nel resto del mondo occidentale, quindi è ancora presto per avere una risposta definitiva su questa domanda chiave. Se dopo un anno, come accade per le consuete influenze stagionali, gli anticorpi non ci saranno più, bisognerà già prima di Natale 2021 ricominciare a vaccinare le persone già vaccinate. Allo stesso modo, se questi vaccini non proteggeranno dalle nuove varianti del virus, esattamente come succede per le consuete influenze stagionali, all’emergere di ogni nuova variante resistente ai vaccini bisognerà provvedere con un nuovo richiamo alle persone già vaccinate. Infine, se i vaccini non dovessero eliminare anche il rischio di contagiarsi, saremo costretti a continuare ad adottare il distanziamento, usare le mascherine, non frequentare luoghi chiusi e/o affollati (e quindi stadi, teatri, cinema, palestre, pub etc.) per evitare di far circolare il virus, seppur protetti dalle forme gravi della malattia. Un controsenso paradossale, che però al momento viviamo sulla nostra pelle con i milioni di vaccinati e i guariti costretti a seguire le stesse regole di tutti gli altri proprio perchè non c’è ancora la certezza che il vaccino eviti il contagio.

Non è un caso se al momento i “Green Pass” varati da alcuni Governi (in primis quello italiano) hanno validità di appena 6 mesi: troppi dubbi e incertezze sulla possibilità che la copertura vaccinale duri oltre.

Ben vengano, quindi, i passi avanti fatti per vaccinare il più grande numero possibile di persone, soprattutto tra i soggetti fragili e quindi più esposti alle gravi conseguenze del virus. Ma attenzione a cantare vittoria. Sta iniziando il semestre caldo e secco, e per questo motivo il virus sta scomparendo. Esattamente come un anno fa. Ma a ottobre è tornato dirompente in concomitanza con l’arrivo della stagione fredda e umida. Che quest’anno non sarà così, al momento, è soltanto una fervida speranza.

Incrementare le capacità ospedaliere, i posti letto, i macchinari e il personale delle terapie intensive, migliorare la capacità di tracciamento dei casi e divulgare il più possibile, tramite la medicina territoriale, i giusti protocolli per le cure domiciliari che hanno già dimostrato di poter trasformare questo virus in una banale influenza se adottati con scrupolo nel modo giusto e nel momento giusto, ci sembrano in ogni caso dei passaggi fondamentali per riportare l’Italia in sicurezza. Puntare tutto soltanto sui vaccini, dimenticando le terapie e la strategia organizzativa, rischia di farci trovare nuovamente impreparati ad una eventuale nuova ondata di una variante resistente ai vaccini o di fronte all’eventualità che l’immunità vaccinale duri poco e non eviti il contagio.

Ci sono Paesi che già dallo scorso anno (quando i vaccini non c’erano) si sono organizzati migliorando la capacità del tracciamento, le terapie farmacologiche e le strutture sanitarie, e hanno vissuto una seconda ondata con relativa serenità e maggiori libertà rispetto all’Italia che invece la scorsa estate pensava a monopattini e banchi a rotelle con il Ministro della Salute che scriveva un libro in cui si auto-celebrava per aver sconfitto il virus ed è poi stato costretto a ritirarlo con imbarazzo non appena è iniziata la seconda ondata.

Adesso non ripetiamo gli stessi errori.