Funivia del Mottarone, svolta nell’indagine del disastro: “il freno è stato manomesso”, 3 arresti nella notte

Disastro della Funivia del Mottarone: la cabina precipitata "presentava il sistema di emergenza dei freni manomesso", 3 persone arrestate nella notte

  • Foto Tino Romano / Ansa
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Svolta nell’indagine sul disastro della Funivia del Mottarone. Tre persone sono state arrestate nella notte:  si tratta di Luigi Nerini, amministratore della società Ferrovie del Mottarone che gestisce la funivia, Gabriele Tadini, direttore del servizio ed Enrico Perocchio, caposervizio. Tutti e tre sono stati portati in carcere a Verbania intorno alle 4. L’ipotesi di reato nei confronti di Tadini e Perocchio è omicidio colposo aggravato.

La svolta è arrivata dopo una notte di interrogatori, a 3 giorni dal crollo della cabina della funivia in cui sono morte 14 persone, tra cui 2 bimbi. A disporre gli arresti è stato il procuratore della Repubblica di Verbania, Olimpia Bossi, che con il pm Laura Carrera coordinano le indagini dei carabinieri, in seguito all’analisi della cabina precipitata e agli interrogatori.
Nei confronti dei 3 soggetti è stato raccolto quello che il procuratore Olimpia Bossi definisce “un quadro fortemente indiziario“: l’analisi dei reperti ha infatti consentito di accertare che “la cabina precipitata presentava il sistema di emergenza dei freni manomesso“. Secondo gli inquirenti, il ‘forchettone‘, ovvero il divaricatore che tiene distanti le ganasce dei freni che dovrebbero bloccare il cavo portante in caso di rottura del cavo trainane, non è stato rimosso: un “gesto materialmente consapevole“, per “evitare disservizi e blocchi della funivia“, che da quando aveva ripreso servizio, presentava “anomalie“. Entrata in funzione da circa un mese, dopo lo stop a causa della pandemia, la funivia del Mottarone “era da più giorni che viaggiava in quel modo e aveva fatto diversi viaggi“, ha precisato il procuratore Olimpia Bossi. Interventi tecnici, per rimediare ai disservizi, erano stati “richiesti ed effettuati“, uno il 3 maggio, ma “non erano stati risolutivi e si è pensato di rimediare“. Quindi, “nella convinzione che mai si sarebbe potuto verificare una rottura del cavo, si è corso il rischio che ha purtroppo poi determinato l’esito fatale“, ha sottolineato il magistrato, che parla di “uno sviluppo consequenziale, molto grave e inquietante, agli accertamenti svolti“.
Le indagini proseguono, sia perché con l’intervento dei tecnici sarà necessario confermare quanto emerso dai primi accertamenti, ma anche perché la procura di Verbania intende “valutare eventuali posizioni di altre persone“. “Si è tutto accelerato nel corso del pomeriggio e di questa notte – ha concluso il procuratore – Nelle prossime ore cercheremo di verificare, con riscontri di carattere più specifico, quello che ci è stato riferito“, conclude parlando di “un quadro fortemente indiziario” nei confronti dei fermati. Persone che avevano, “dal punto di vista giuridico ed economico, la possibilità di intervenire. Coloro che prendevano le decisioni“.

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