Tutti gli errori di Napoleone nella Battaglia di Waterloo del 18 giugno 1815

Tra gli errori di Napoleone nella Battaglia di Waterloo ve ne fu anche uno legato agli eventi meteorologici: decise di attendere che il terreno si asciugasse permettento alle truppe prussiane di arrivare in tempo sul campo

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Il 18 giugno 1815 avvenne lo scontro decisivo delle guerre napoleoniche con la Battaglia di Waterloo, una cittadina belga dove solo per un momento sembrò che la vittoria arridesse ancora a Napoleone.
Tuttavia, nonostante un feroce combattimento stesse per piegare la resistenza di Wellington, il duca resistette con tenacia fino a sera, consentendo in tal modo ai prussiani di giungere sul campo di battaglia e sancendo la sconfitta ultima di Bonaparte.

Non fu solo la prestanza militare del comandante inglese a determinare l’andamento della battaglia, ma soprattutto una serie di errori di Napoleone, come l’attendere che il terreno si asciugasse dalla pioggia, che ebbero un effetto domino e sancirono la fine dell’epopea napoleonica.

Le premesse della battaglia

isola d'elbaGià una volta Napoleone Bonaparte era stato dato per sconfitto, in particolare quando tre mesi prima della fatidica battaglia di Waterloo era stato fatto prigioniero ed esiliato sull’Isola d’Elba, a seguito della sconfitta che aveva subito a Lipsia.
Fuggito a giugno del 1815 dall’esilio si era imposto di nuovo con ferrea volontà spodestando Luigi XVIII e mettendo in piedi un nuovo esercito.

Il suo ritorno sulla scena era stato spettacolare e rapido e aveva lasciato attonita tutta l’Europa: tuttavia, le potenze europee riunite al Congresso di Vienna questa volta non avevano intenzione di lasciare carta bianca al redivivo Napoleone e decisero di coalizzarsi mettendo insieme le forze dei loro eserciti, i quali arrivarono a contare in tutto un milione e mezzo di soldati.

napoleoneLa Francia, oramai indebolita da decenni di guerre ininterrotte, poteva fare affidamento solamente su meno di un terzo delle forze coalizzate delle altre potenze europee.
Nonostante ciò, Napoleone decise di sferrare il suo attacco a Ligny, in Belgio, il 16 giugno del 1815, riuscendo a sconfiggere l’esercito prussiano colto alla sprovvista dalla repentinità della decisione di dare battaglia.

Bonaparte reputò quindi che fosse giunto il momento di attaccare anche l’esercito inglese rimasto a quel punto isolato. Si trattava della battaglia decisiva, poiché se Napoleone avesse vinto, la coalizione si sarebbe piegata alla negoziazione di una pace definitiva.

Tutti gli errori della battaglia di Waterloo

michel ney waterlooSembrava che tutte le carte in tavola fossero a favore di Napoleone, ma errori erano stati commessi durante il percorso e il più grave che si può individuare a posteriori è certamente quello che commise nella poca cura con cui egli scelse i suoi collaboratori.
Era noto che Bonaparte avesse un debole per amici e parenti, che favoriva in posizioni di potere senza particolare attenzione ai meriti; in quella particolare occasione egli preferì come suo secondo in comando Michel Ney, un uomo certamente impavido ma anche una vera testa calda che mal ponderava le scelte optando per decisioni impulsive e irruente.

Nonostante lo stesso Bonaparte avesse definito la comprensione della strategia militare da parte di Ney “pari a quella dell’ultimo dei tamburini”, dopo essersi dimostrato fedele a Napoleone nel momento in cui il re di Francia l’aveva inviato a fermarlo, l’imperatore lo premiò con il comando della sua campagna militare.

duca wellingtonNey come prevedibile commisse una serie di errori che si sarebbero rivelati rilevanti: in particolare, il 15 giugno, non era riuscito a conquistare un importante nodo stradale; mentre a Ligny non aveva fatto arrivare i rinforzi in tempo così che l’esercito prussiano potesse essere sconfitto in modo più decisivo.

Napoleone, d’altro canto, che si era sempre distinto per la sollecitudine dei suoi interventi, si attardò, proprio sul campo di battaglia di Ligny, per un paio di ore blandendo feroci parole contro gli orrori della guerra invece di ordinare di tagliare la ritirata ai prussiani.

Ulteriori ritardi si verificarono a Waterloo quando Bonaparte decise di rimandare l’inizio dello scontro per consentire al terreno, umido a causa delle piogge, di asciugarsi favorendo così l’efficacia dei suoi cannoni.

Affidare la guida della battaglia a Ney fu comunque l’errore più significativo: i due schieramenti (68.000 forze congiunte di tedeschi, belgi e olandesi da una parte, e 73.000 soldati napoleonici dall’altra) si trovavano sulle creste di due colline separate da un piccolo avvallamento.
Durante il primo maldestro attacco di Ney i francesi furono respinti in disordine, e ancora intorno alle 16 la fanteria francese cercava di riordinarsi dopo la ritirata. Proprio in quel momento Ney si convinse che i movimenti che vedeva sul fronte nemico fossero una ritirata e ordinò alla sua cavalleria di caricare.

Tuttavia, gli inglesi non si stavano affatto ritirando ma stavano semplicemente spostando i feriti nelle retrovie, così 10.000 soldati francesi a cavallo furono respinti durante una dozzina di attacchi consecutivi. Wellington adottò infatti una difesa strategica, ordinando alle sue truppe di disporsi in maniera tale da formare diversi quadrati per parare meglio le incursioni dei cavalieri francesi che si ritrovano per circa due ore a girare intorno ai soldati nemici senza ottenere alcun risultato. Ad ogni tentativo di assalto i cavalli si fermano prima dell’impatto per timore delle punte delle baionette.

Blucher-Waterloo

Nel frattempo, Napoleone dovette fronteggiare le conseguenze degli errori commessi a Ligny: l’esercito prussiano, infatti, sebbene fosse stato battuto due giorni prima era ben lungi dall’essere stato sconfitto e si ripresentò in forze al fianco del feldmaresciallo Gebhard Leberecht von Blücher.
Napoleone Bonaparte, il generale più celebre al mondo per le sue astute manovre di accerchiamento, veniva battuto con la sua stessa tattica ed accerchiato dall’esercito prussiano.

Intorno alle 17 la linea francese aveva assunto la forma di una L con lo schieramento del segmento lungo della L rivolto verso gli inglesi e truppe raccolte in fretta per fermare i prussiani sul segmento corto.
Ney, dopo aver realizzato che la sola cavalleria non sarebbe stata sufficiente si decise a inviare sulla cima della collina occupata dagli inglesi anche la fanteria e i cannoni che si erano riordinati dopo la ritirata di qualche ora prima; finalmente mise a segno un buon colpo e conquistò una fattoria posizionata in un punto strategico.

Da qui avrebbero potuto minacciare seriamente lo schieramento nemico, perciò chiese rinforzi a Napoleone che preferì però concentrare le sue forze contro i prussiani.
Solo quando la situazione gli apparve più stabile, intorno alle 19, Napoleone decise di inviare a Ney il suo migliore corpo militare: la Vecchia Guardia, il corpo scelto formato dai suoi veterani di guerra.

Quell’ora di ritardo si rivelò fatale perché Wellington era riuscito a rafforzare le truppe al centro e proprio nel momento in cui la testa della colonna francese faceva capolino dalla collina, gli inglesi uscivano dall’erba alta in cui si erano nascosti in attesa e sferrando la loro offensiva su tre lati.

La raffica di colpi quasi a bruciapelo sbaragliò la Vecchia Guardia che si vide costretta alla ritirata. Un grido si diffuse tra le fila dell’esercito francese: “la guardia si ritira”, spezzando gli ultimi barlumi di resistenza dei soldati francesi, che diedero per persa la battaglia e al calare della notte cercarono disordinatamente la salvezza.

Napoleone-santelenaWaterloo fu una brutta battaglia persa al termine di una campagna brillante. Alla fine in quella lunga giornata rimasero esangui sul terreno di 25.000 francesi, 7.000 prussiani e 10.000 britannici. Il duca di Wellington, comandante dell’esercito inglese, riassunse con queste parole la mancanza di ingegno dei francesi durante la giornata di Waterloo: “I francesi – disse – sono venuti su alla vecchia maniera e noi alla vecchia maniera li abbiamo ributtati di sotto”.

Rientrato a Parigi, Napoleone fu costretto ad abdicare per la seconda volta (il 22 giugno dello stesso anno). Nel frattempo, era fallito anche il tentativo di imbarcarsi per l’America e decise di consegnarsi al governo inglese, costituendosi prigioniero a bordo della nave Bellerofonte il 15 luglio.
Ad attenderlo non c’era più l’Isola d’Elba né un’apparenza di sovranità poiché per decisione dei coalizzati, gli Inglesi si fecero suoi carcerieri e lo trasferirono nella lontana e poco ospitale Isola di Sant’Elena.