L’utopia occidentale delle emissioni zero: lo sviluppo dell’umanità resterà basato su petrolio e gas ancora a lungo

Mentre USA ed Europa riducono le emissioni di CO₂, Cina, India, Indonesia e molti altri Paesi del mondo orientale le aumentano, annullando di fatto i sacrifici dell'Occidente in nome del rispetto del pianeta

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La ripresa della crescita economica nel mondo, con l’alleggerimento delle restrizioni su viaggi ed economia dovute alla pandemia, sta guidando la domanda mondiale di energia. La domanda di petrolio è tornata a circa il 95% del periodo pre-Covid e dovrebbe essere ancora più alta nel 2022, in base alle previsioni dell’esperto Tilak K. Doshi, consulente energetico, sulle pagine del South China Morning Post.

A metà maggio, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), l’agenzia più importante del mondo sulle questioni energetiche, ha emesso un rapporto in cui chiede l’immediata fine di tutti i nuovi investimenti nel settore globale del petrolio e del gas, in modo che il mondo possa raggiungere le emissioni di carbonio zero entro il 2050. Tuttavia, meno di un mese dopo, la stessa IEA ha richiesto, in modo incredibile, ai Paesi OPEC+ di aumentare la produzione di petrolio per evitare uno shock al rialzo dei prezzi, spiega Doshi.

emissioni co2Gli esportatori di petrolio del Medio Oriente trarranno vantaggio dall’aumento dei prezzi nei prossimi due anni, soprattutto dopo la scelta degli USA, dove l’amministrazione Biden ha adottato un approccio per ostacolare la produzione nazionale di petrolio e gas con lo scopo dichiarato di combattere i cambiamenti climatici. A lungo termine, le politiche green sostenute da USA ed Europa per ridurre gli investimenti nei combustibili fossili aumenteranno la quota di mercato dei produttori di petrolio e gas di Russia e Medio Oriente. Considerata la pressione combinata di governi e azionisti sulle compagnie petrolifere internazionali per ridurre le emissioni di gas serra, le compagnie petrolifere nazionali del Medio Oriente e della Russia compiranno passi in avanti per ridurre il gap di offerta, scrive ancora Doshi.

Le compagnie internazionali sembrano essere sulla strada dell’estinzione. Recentemente, Shell ha perso una causa nei Paesi Bassi, dove un tribunale ha stabilito che è nella sua giurisdizione determinare che la compagnia deve tagliare le emissioni del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019. Mentre le compagnie petrolifere internazionali si riducono, i produttori nazionali accoglieranno con favore l’opportunità di aumentare la loro quota di mercato globale. La domanda di combustibili fossili non mostra segni di allentamento e continuerà a crescere per decenni poiché i Paesi in via di sviluppo cercano una crescita rapida per soddisfare le aspirazioni dei loro cittadini, si legge sul South China Morning Post.

Doshi riporta anche le parole di Raj Kumar Singh, ministro indiano, che forse ha illustrato la situazione nel migliore dei modi, descrivendo il mantra delle emissioni zero, sostenuto dal mondo sviluppato, come una pia illusione, peraltro ingiusta. Ha affermato che nel mondo in via di sviluppo, “ci sono 800 milioni di persone che non hanno accesso all’elettricità. Non si può dire che devono raggiungere le emissioni zero. Hanno il diritto di svilupparsi. Vogliono costruire grattacieli e avere un tenore di vita più alto. Non si può fermare questo”.

Nonostante il clamore sulle energie rinnovabili e i veicoli elettrici, è molto probabile che le politiche energetiche nei più grandi Paesi in via di sviluppo, come Cina, India, Brasile, Sudafrica e Indonesia, non saranno influenzate dalle decisioni dei commissariati per il clima del mondo occidentale. La compagnia nazionale saudita Saudi Aramco e ADNOC, compagnia petrolifera nazionale di Abu Dhabi, intendono aumentare notevolmente la loro capacità produttiva, mentre il Qatar si è impegnato a spendere miliardi di dollari per espandere il gas naturale liquefatto del 50%. La russa Rosneft ha iniziato ad investire in un megaprogetto petrolifero nell’Artico, che darà lavoro a 400.000 persone, creerà 15 nuove città industriali e costruirà 800km di nuovi oleodotti. Anche la Russia intende aumentare massicciamente la sua produzione di carbone e raddoppiare le sue esportazioni nei prossimi 15 anni, spiega Doshi sul South China Morning Post.

Recentemente si è discusso molto sulla transizione energetica in Medio Oriente. È chiaro che il petrolio, il gas e i settori ad alto consumo energetico restano molto redditizi e probabilmente lo resteranno anche nei prossimi decenni. Un’uscita prematura dalle industrie petrolifere e del gas e da quelle che ne derivano priverà i governi dei proventi delle esportazioni, uno scenario affatto realistico. I produttori del Medio Oriente sperano che i Paesi membri ricchi dell’IEA continuino sul loro percorso di emissioni zero, mettendo di fatto fuori dal mercato le società petrolifere internazionali, conclude Doshi.

Quindi, mentre USA ed Europa riducono le emissioni di CO₂, Cina, India, Indonesia e molti altri Paesi del mondo orientale le aumentano. Centinaia di centrali a carbone sono in costruzione o in progetto in Oriente, mentre il mondo occidentale si impegna a ridurre le emissioni, puntando ad eliminare l’utilizzo dei combustibili fossili.

Nel 2019, la Cina da sola ha raggiunto le emissioni di anidride carbonica di tutta l’Europa, il Nord America e il Giappone messi insieme, rappresentando oltre il 27% delle emissioni globali totali, staccando gli USA al 2° posto con l’11%. I 14,093 milioni di tonnellate di CO₂ emessi dalla Cina nel 2019 rappresentano oltre il triplo dei livelli del 1990 e un aumento del 25% negli ultimi 10 anni. Nel 2019, le emissioni pro capite della Cina hanno raggiunto 10,1 tonnellate, quasi triplicando il valore degli ultimi 20 anni.

Allora è inevitabile chiedersi perché il mondo occidentale debba impegnarsi a perseguire l’utopia delle emissioni zero mentre tutto il resto del mondo, proseguendo sulla strada dello sviluppo, punta sulla centrali a carbone, che annulleranno tutti i sacrifici che i governanti occidentali stanno imponendo.

“L’Asia rappresenta il 55% della popolazione mondiale e dal 1965 la domanda di energia è cresciuta di quasi 14 volte. Fornire energia a prezzi accessibili, riducendo anche le emissioni, deve avvenire in Asia. L’Asia rappresenta il 75% della produzione mondiale di elettricità da carbone”, ha spiegato Scott W. Tinker, geologo americano ed esperto di energia, invitato a dare la sua testimonianza allo US Senate Committee on Energy and Natural Resources del 3 febbraio 2021. “Il solare e l’eolico sono state le fonti di elettricità globale in più rapida crescita dal 2005 in termini di tasso, eppure hanno fornito meno del 25% della crescita della domanda globale di elettricità. Il solare e l’eolico sono intermittenti e richiedono backup, il che aumenta notevolmente i costi dell’energia al consumatore. Il gas naturale è stato la fonte in più rapida crescita per la generazione di elettricità a livello mondiale dal 1985, ed è il meno inquinante tra i combustibili fossili”, ha spiegato ancora Tinker.

È evidente come l’idea di abbandonare le fonti fossili a favore delle energie rinnovabili nel mondo sia solo un’utopia, qualcosa di irrealizzabile, se non a discapito di crescita e progresso. E il tutto è ancora più irrealistico pensando che il mondo occidentale si ostina a seguire questa strada, in nome della lotta ai cambiamenti climatici, mentre il mondo orientale non rinuncia al progresso e allo sviluppo, puntando sulle forme di energia sulle quali l’Occidente stesso ha fondato la sua crescita. È come se il mondo occidentale facesse di tutto per fare gli interessi degli altri, per di più a proprie spese.

Non cambierà assolutamente nulla per il pianeta se soltanto i Paesi occidentali ridurranno le emissioni, mentre gli altri le aumentano a dismisura. L’unica differenza è che per questi ultimi arriveranno sviluppo e crescita, mentre i primi si tireranno la zappa sui piedi da soli, peraltro senza ottenere risultati per la Terra.

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