Maxi focolaio tra vaccinati dopo matrimonio con Green Pass obbligatorio: almeno 40 casi positivi

Scoppiato un focolaio di casi di Covid-19 dopo un matrimonio a Reggio Calabria: almeno 40 persone sono risultate positive e sintomatiche, anche se già vaccinati con entrambe le dosi

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Scoppiato un focolaio di casi di Covid-19 a Reggio Calabria, il più grande in termini numerici dall’inizio della pandemia nella città calabrese. Ma ciò che rende rilevante la notizia non sono i numeri, bensì le circostanze in cui si è sviluppato il focolaio: in un evento consentito con obbligo di Green Pass e tra persone vaccinate con entrambe le dosi. Questa situazione sottolinea l’inefficacia del pass sanitario come misura per partecipare in sicurezza ad eventi o per frequentare posti affollati ed evidenzia, inoltre, ancora una volta che, anche se vaccinati, è possibile contrarre o trasmettere il virus.

Ma andiamo con ordine. Nei primi giorni della scorsa settimana, in un noto locale della periferia nord della città, si è festeggiato un matrimonio tra due ragazzi reggini. Nel locale sono entrati soltanto ospiti provvisti di Green Pass, nel rispetto delle norme nazionali che hanno concesso le celebrazioni dei matrimoni e i relativi ricevimenti soltanto con Green Pass. Nello scorso weekend, i primi ospiti hanno accusato sintomi influenzali: febbre, mal di testa, stanchezza, spossatezza. Hanno effettuato il tampone e sono risultati positivi al Covid. Positivi e sintomatici, anche se già vaccinati con entrambe le dosi. I positivi inizialmente erano 26, ma in base ai risultati dei test arrivati oggi sono saliti ad almeno 40. Nessuno dei contagiati necessita al momento di cure ospedaliere.

Questo focolaio, dunque, mette in evidenza tutti i limiti del Green Pass (che dal 6 agosto, verrà esteso anche a concerticinemateatristadibar e ristoranti al chiuso) e l’illusione che vaccinato significhi immune, esente da rischi. La variante Delta si sta dimostrando resistente ai vaccini, come già affermato nei giorni scorsi da Anthony Fauci negli USA e dal capo epidemiologo dell’Islanda Thorolfur Gudnason, riducendo l’efficacia dei vaccini e mettendo in discussione l’utilità di misure come il Green Pass che, dando un falso senso di sicurezza negli eventi per i quali è richiesto, può invece contribuire a far dilagare il contagio.

La variante Delta, inoltre, si sta rivelando meno aggressiva come ha spiegato pochi giorni fa ai microfoni di StrettoWeb il primario del reparto di Malattie Infettive del GOM dott. Giuseppe Foti: “tutto dipende dall’età. Abbiamo qualche paziente di 45 anni, ma in linea di massima tutti i ricoverati hanno più di 50 anni. Quelli di 50-60 anni sono tutti non vaccinati, mentre quelli più anziani arrivano anche vaccinati con entrambe le dosi. Sono pochi, ma ci sono: il vaccino li protegge dalle forme più gravi, anche se non ha impedito il contagio e una sintomatologia seppur non grave. I numeri sono al momento abbastanza contenuti. Stiamo notando che c’è una diffusione maggiore del virus nelle fasce giovanili, che però dal punto di vista clinico non determina particolari problematiche anzi la patologia è adesso meno impegnativa rispetto a quello che vedevamo alcuni mesi addietro. Probabilmente dipende anche dalla variante Delta che sta diventando dominante: sappiamo che è più diffusiva e contagiosa ma in ospedale vediamo che ha un minor impatto sull’apparato respiratorio, di conseguenza si vedono infezioni meno gravi rispetto a quelle che vedevamo qualche mese addietro. E questo vale per tutti, anche per i non vaccinati. Al momento, ad esempio, nessuno dei nostri 17 pazienti ricoverati ha bisogno del supporto casco CPAP. Qualcuno ha bisogno di ossigeno, qualcuno anche di ossigeno ad alti flussi, ma non di ossigeno a pressione positiva. Questo è confortante, rispetto al quadro dei pazienti che avevamo nei mesi scorsi“.

Il dott. Sebastiano Macheda, primario del reparto di terapia intensiva del GOM, ha aggiunto che “è chiaro che per il Covid-19 il fattore di rischio determinante rimangono l’età e le comorbidità. Se si contagiano i giovani non è un problema, non abbiamo mai avuto giovani sani ricoverati nei nostri reparti, anche nelle precedenti ondate quando non c’erano i vaccini e nessuno era vaccinato. Ma se sono giovani che hanno comorbidità o portano a casa il virus ai parenti anziani, i rischi aumentano. Le comorbidità che più espongono al rischio di complicazioni da Covid-19 sono l’obesità, il diabete, l’ipertensione, la cardiopatia ischemica, le broncopatie: in questi casi anche per i giovani ci sono rischi elevati. Nei mesi scorsi abbiamo ricoverato una ragazza in terapia intensiva, aveva meno di 30 anni ma aveva anche più patologie concomitanti, tra cui una grave obesità in aggiunta ad altri problemi di tipo neurologico. Giovani sani non ne abbiamo mai dovuti curare dall’inizio della pandemia, e se i benefici della vaccinazione sugli anziani, sui malati cronici di tutte le età e su tutte le persone fragili sono indiscutibili ed evidenti, si può discutere se sia opportuno o meno sottoporre alla vaccinazione i giovani sani che di rischi da Covid-19 non ne hanno. Ma in questo caso si tratta di scelte più politiche che scientifiche“.