Il 3 dicembre 1967 Barnard effettuava il primo trapianto di cuore

Fu il 3 dicembre 1967 che il chirurgo Christiaan Barnard a Città del Capo effettuò il primo trapianto di cuore e cambiò per sempre il corso della storia della medicina

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Fu il 3 dicembre 1967 che il chirurgo Christiaan Barnard realizzò uno dei maggiori progressi della medicina di tutti i tempi: il primo trapianto di cuore.
L’operazione avvenne a Città del Capo, in Sudafrica e a ricevere l’organo, dalla 24enne Denise Darvall morta cerebralmente a seguito di un incidente stradale, fu Louis Washkansky, un uomo di 54 anni che aveva già subito 3 infarti.

La storia del primo trapianto di cuore

barnardL’operazione del primo trapianto di cuore avvenne all’ospedale Groote Schuur di Città del Capo in Sudafrica. Il chirurgo era Christiaan Barnard che non aveva mai effettuato esperimenti di trapianto su altri esseri viventi ma aveva studiato a lungo i tentativi sugli animali effettuati da altri chirurghi come Norman Shumway, Adrian Kantrowitz e Richard Lower quando si trovava negli Stati Uniti.

Il paziente individuato era Louis Washkansky, un 54enne che soffriva di diabete ed era già stato colpito da tre infarti. Barnard era riuscito ad ottenere dalla direzione dell’ospedale di essere informato quando sarebbe arrivato un cuore adatto per il suo paziente. Il cuore fu quello di Denise Darvall, una giovane donna di 24 anni che aveva subito un incidente che aveva posto fine alla sua attività cerebrale, mentre il cuore era intatto e funzionante.

Washkansky fu condotto in sala operatoria a mezzanotte e 50 minuti del 3 dicembre 1967 e dopo essere stato anestetizzato fu collegato a una macchina cuore-polmoni che avrebbe temporaneamente sostituito le funzioni degli organi implicati direttamente nella circolazione. Dopo diverse ore in cui venne prima espiantato l’organo dalla donatrice, poi predisposto il corpo del ricevente e infine effettuato il vero e proprio trapianto alle 5 e 52 del mattino il primo cuore trapiantato iniziò a battere nel corpo del suo nuovo ospite.
Gli altri passaggi dell’operazione si protrassero fino alle 8 e 30 del mattino quando l’anestesista smise di somministrare i farmaci che tenevano il paziente sedato.

A Washkansky furono somministrati steroidi per ridurre il rigetto da parte del sistema immunitario e una volta reputato stabile fu condotto nella sua stanza post-operatoria, preparata appositamente per ridurre al minimo il rischio di infezioni.
Dopo solamente un paio di giorni il paziente era in grado di mettersi a sedere e parlare e le condizioni di tutti gli altri suoi organi migliorarono rispetto a prima del trapianto, evidenza del fatto che la circolazione fosse migliorata e che il cuore stesse funzionando bene. Washkansky fu intervistato dalla stampa di tutto il mondo e il 15 dicembre fu in grado di mettersi in piedi.

Tuttavia, la sera stessa le sue condizioni iniziarono a peggiorare, in particolare si iniziarono a verificare i sintomi di quella che sarebbe stata riconosciuta come una polmonite.
Non essendo state trovate infezioni si pensò che potesse essere una manifestazione del rigetto dell’organo e Barnard somministrò dei farmaci che contrastassero questo fenomeno.
Fu un errore, perché quello di cui aveva bisogno Washkansky erano in realtà dei semplici antibiotici che permettessero al suo sistema immunitario di combattere la polmonite, mentre quelli che furono somministrati addirittura lo indebolivano.

Quando i medici riuscirono a individuare le reali cause della polmonite era troppo tardi, perché il 21 dicembre il primo paziente al mondo ad aver subito un trapianto di cuore, morì per le complicazioni respiratorie. Questo non toglieva comunque valore al trapianto che si poteva considerare perfettamente riuscito e se all’epoca non fosse stato così difficile distinguere tra i sintomi di un rigetto e quelli di un’infezione, Washkansky sarebbe potuto certamente vivere più a lungo.

Il 1968, “l’anno del trapianto”

Sicuro della riuscita dell’operazione, Barnad non perse tempo e il 2 gennaio del 1968 tentò un secondo intervento. A subire il secondo trapianto fu Philip Blaiberg, un dentista di 59 anni che sopravvisse più di un anno e mezzo, decretando definitivamente il successo dei trapianti di cuore che da quel momento presero il via in altre parti del mondo.

Blaiberg fu anche oggetto di una campagna sensazionalistica da parte dei media del tempo che indugiarono sulla riuscita dell’operazione arrivando persino a fotografare il paziente in acqua a mare, situazione che i testimoni riferirono ben diversa da quello che fu fatto passare dalle cronache del tempo, poiché pare che Blaiberg fu portato in acqua di peso solo per il tempo necessario a scattare la foto.

La sua salute in realtà era compromessa e 19 mesi dopo il trapianto anche lui sarebbe deceduto. La maggior parte dei trapianti di cuore effettuati nel 1968, definito proprio “l’anno dei trapianti”, non furono dei successi, poiché alla fine dello stesso anno meno della metà dei 65 pazienti che avevano subito il trapianto erano ancora vivi.
Un censimento del dicembre 1970, condotto dall’American Heart Association, evidenziò che solo 23 degli oltre 160 pazienti che avevano subito un trapianto di cuore sino a quel momento erano ancora in vita.

Il problema non era la tecnica chirurgica, sufficientemente avanzata all’epoca da essere considerata all’altezza dell’operazione, ma il rigetto che non si sapeva ancora bene come affrontare e contrastare.

Un problema fu anche quello dell’opinione pubblica, poiché dopo i primi momenti l’entusiasmo si stemperò e i chirurghi andarono incontro a numerose critiche relative soprattutto alle metodologie di scelta dei cuori da trapiantare. Alcuni chirurghi, poi, avevano fatto alcuni tentativi di trapianto con organi animali e la scelta era stata considerata offensiva.

Le questioni etiche e i numerosi fallimenti dei primi anni ’70 portarono a una riduzione dei tentativi di trapianto di cuore da parte dei chirurghi e in alcuni paesi la procedura fu addirittura messa al bando.
La situazione cambiò nel decennio successivo quando nuovi farmaci antirigetto ridussero fortemente i rischi connessi ai trapianti e le diagnosi di rigetto furono migliorate rendendo possibile ai medici l’individuazione tempestiva di situazioni a rischio.

In Italia il primo trapianto di cuore avvenne a Padova il 14 novembre 1985, grazie alla squadra del chirurgo Vincenzo Gallucci e il paziente che venne operato, Ilario Lazzari, visse fino al 1992.

Nonostante i numerosi fallimenti di Barnard e dei primi chirurghi che si arrischiarono a effettuare trapianti di cuore, un altro successo complementare si deve riconoscere: quello di aver definito i criteri della morte cerebrale.
Nel 1968, sull’autorevole rivista medica Jama, fu pubblicato da un team di esperti di Harvard la definizione del coma irreversibile, che divenne presto la base di tutte le legislazioni nazionali in merito, e aiutò a stabilire quando era lecito interrompere la rianimazione perché il paziente si reputava clinicamente morto e i suoi organi potevano essere destinati quindi al trapianto senza indugio morale.