Capsula endoscopica: come cambia la conoscenza dell’intestino

La capsula endoscopica è uno degli strumenti diagnostici non invasivi più importanti per studiare l'apparato digerente ma in Italia è ancora poco usata
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Oltre cento medici hanno preso parte a San Donato Milanese alla Riunione Annuale Videocapsula Endoscopica (RAVE), promossa da Medtronic, per confrontarsi su uno degli strumenti diagnostici non invasivi più importanti per studiare l’apparato digerente. “La videocapsula endoscopica è uno strumento clinico molto efficace, studiato in ambito clinico da circa 20 anni – ha detto ad askanews il Dottor Marco Pennazio della Gastroenterologia universitaria dell’Azienda ospedaliera Città della Salute e della Scienza di Torino – e abbiamo evidenze consolidate nell’ambito di alcune patologie di grosso impatto sociale, come i sanguinanti gastroenterici, la malattia di Crohn, la celiaca refrattaria o i tumori del tenue. Siamo ancora agli albori, ma ci sono numerosi studi che documentano come in futuro potremmo servirci di questo strumento diagnostico anche sfruttando l’intelligenza artificiale che ci permette di avere una diagnosi più rapida”.  

La videocapsula endoscopica è monouso, ingeribile e dotata di una o due telecamere che acquisiscono immagini dell’intestino, fornendo ai medici informazioni decisive, anche per curare i tumori. “Abbiamo riscritto il capitolo delle malattie del piccolo intestino vedendolo davvero – ha detto Renato Cannizzaro, Professore di Gastroenterologia a Trieste e direttore della Struttura operativa di Gastroenterologia oncologica di Aviano – non solo sul tavolo operatorio o nei toni di grigio della radiologia. Abbiamo trovato dei tumori precoci e l’intervento chirurgico è stato risolutivo e ha salvato la vita ai nostri pazienti. L’impostazione che ci ha dato la capsula nel valutare il piccolo intestino ha dato un vantaggio in termini di sopravvivenza”.  

Ma le applicazioni della capsula riguardano anche altre patologie. “Nei pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali – ci ha spiegato Carlo Calabrese, Professore di Gastroenterologia dell’Università di Bologna – è particolarmente importante, perché ci ha permesso di studiare completamente l’estensione della malattia, soprattutto nella malattia di Crohn, che colpisce soprattutto i giovani, ma può interessare dalla bocca all’ano. Dandoci di conseguenza le informazioni su come la mucosa è interessata o meno dalla malattia, e questo per meglio indirizzare dopo i vari farmaci che abbiamo a disposizione”.  

In Italia però, nonostante queste evidenze, è ancora sottoutilizzata, poiché manca una normativa uniforme che ne regolamenti l’impiego. “Ci sono delle regioni che la rimborsano, dove quindi viene utilizzata ambulatorialmente con un rimborso – ha aggiunto Cannizzaro – e ci sono delle Regioni che non la rimborsano, e quindi è necessario il ricovero. La capsula però fa parte dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e qui di io credo e spero che le regioni recepiscano la possibilità di fare una capsula ambulatoriale”. L’inserimento nei LEA, datato 2017, dovrebbe consentire una tariffazione omogenea su tutto il territorio nazionale, ma a oggi questo non è ancora avvenuto.  

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