Quattro anni fa, il 20 febbraio 2020, un evento sconvolgente segnò l’inizio di una delle pagine più oscure della storia italiana moderna. In quella data, la tranquilla cittadina lombarda di Codogno si ritrovò improvvisamente al centro di un’inarrestabile tempesta virale. Mattia Maestri, 38 anni, non avrebbe mai immaginato che il suo nome sarebbe rimasto inciso nei libri di storia come il primo italiano a contrarre il Covid-19. Ma la sua esperienza personale è solo la punta dell’iceberg di una crisi nazionale che ha cambiato il volto del paese.
L’alba di una battaglia: le prime ombre della Pandemia
Si era presentato una prima volta all’ospedale del paese lodigiano nel pomeriggio del 18 febbraio, Mattia Maestri, poi due giorni dopo era risultato positivo. Nella notte tra il 21 e il 22 febbraio era stato ricoverato al San Matteo di Pavia in gravi condizioni, riuscendo in seguito a guarire. Proprio il 20 febbraio, giorno dell’individuazione del paziente 1, è stato scelto come Giornata nazionale del personale sanitario.
Prima del 20 febbraio 2020, il Covid-19 era già una minaccia incombente che si stagliava all’orizzonte. Le prime segnalazioni di una malattia misteriosa in Cina avevano scatenato l’allarme globale, ma nessuno poteva immaginare l’impatto devastante che avrebbe avuto sulla vita di milioni di persone in tutto il mondo. Quando il virus varcò i confini italiani, portò con sé una marea di paura, incertezza e dolore.
Già fra il 9 e il 12 gennaio l’annuncio del Coronavirus
31 dicembre 2019: “polmoniti anomale”. Già a novembre – e forse anche a ottobre, secondo le ipotesi di uno studio italiano – il nuovo coronavirus Sars-CoV-2 aveva iniziato a circolare, in Cina, in particolare a Wuhan, la città più popolata della parte orientale, perno per il commercio e gli scambi. All’inizio, però, non si sapeva che si trattava di un nuovo virus: ciò che inizia ad essere registrato è un certo numero di polmoniti anomale, dalle cause non ascrivibili ad altri patogeni.
Il 9 gennaio le autorità cinesi avevano dichiarato ai media locali che il patogeno responsabile è un nuovo ceppo di coronavirus, della stessa famiglia dei coronavirus responsabili Sars e della Mers ma anche di banali raffreddori, ma diverso da tutti questi – nuovo, appunto. L’Oms divulgava la notizia il 10 gennaio, fornendo tutte le istruzioni del caso (evitare contatto con persone con sintomi) e dichiarando – all’epoca giustamente – che non era raccomandata alcuna restrizione ai viaggi per e dalla Cina.
L’inferno delle bare e il sacrificio dei coraggiosi
Nessun altro luogo in Italia simboleggia meglio la devastazione causata dal Covid-19 di Bergamo. Le immagini di camion militari che trasportavano le bare delle vittime del virus attraverso le strade deserte della città rimarranno per sempre incise nella memoria collettiva. Bergamo si trasformò in un luogo di morte e rassegnazione, con i suoi cittadini costretti a fare i conti con la perdita di amici, familiari e colleghi.
Ma nonostante la disperazione e il dolore, gli italiani non si arresero mai. In tutto il paese, medici, infermieri, operatori sanitari e volontari si batterono senza sosta per salvare vite e proteggere le comunità vulnerabili. Le strade deserte e i quartieri silenziosi sono diventati il simbolo di un’intera nazione che si è unita nel combattere un nemico invisibile e implacabile.
Le prime luci della speranza
Nonostante le tenebre che avvolgevano il paese, ci furono anche momenti di luce e speranza. Le iniziative di solidarietà, la generosità delle persone comuni e il senso di comunità che emerse durante la crisi dimostrarono il vero spirito italiano. Mentre il Covid-19 continuava a mietere vittime e a mettere alla prova le risorse del sistema sanitario, gli italiani non persero mai la fiducia nel futuro.
Il 6 maggio 2023 l’Ansa scriveva un articolo dal titolo: “Oms, è finita l’emergenza Covid. Venti milioni di morti in tre anni“, in cui si legge: “Sono tante le emozioni che si affacciano sul viso del direttore generale dell’Oms, Tedros Ghebreyesus, quando, in un’attesissima conferenza stampa a Ginevra, annuncia la fine dello stato di emergenza sanitaria mondiale per il Covid-19.”
Ne eravamo usciti, ma quanto abbiamo perso?
Dai balconi delle nostre case, abbiamo cantato insieme per sollevare gli spiriti abbattuti e abbiamo mostrato compassione per coloro che lottavano contro il virus perché non potevamo fare altro.
Questo senso di comunità e solidarietà, nato dalla consapevolezza che il nemico era comune, è un tesoro che non dobbiamo mai perdere. È stato quel legame indissolubile tra persone, quel senso di appartenenza a una comunità più grande, che ci ha sostenuti nei momenti di maggiore bisogno e ci ha resi più forti di quanto avremmo mai immaginato.


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