Restano ancora sotto la luce dei riflettori i numeri del Covid in Italia. E alcune voci – in particolare nelle caselle che riguardano i decessi, i ricoveri in terapia intensiva, le classi d’età più avanzate – continuano a generare dibattito. Ma il vero problema per l’infettivologo Matteo Bassetti, è un altro: “Siamo rimasti l’unico Paese al mondo che non riesce a voltare pagina“, dice.
Le dichiarazioni di Bassetti sul Covid
E il “peccato originale” è nella mole di tamponi che ancora oggi si fanno, spiega all’Adnkronos Salute, e che può dare adito a distorsioni della realtà. A innescare la sua riflessione un antefatto: “Alcuni miei colleghi, grandi esperti di virologia, ma che non hanno mai frequentato le corsie degli ospedali o visitato pazienti con il Covid, hanno affermato che gli ultranovantenni con tampone positivo Covid ricoverati nei reparti ordinari non finiscono mai nelle terapie intensive” creando, al livello dei dati, un’incongruenza per il numero dei morti che risulta maggiore rispetto alle presenze in terapia intensiva. “L’allusione – spiega via social il direttore di Malattie infettive dell’ospedale policlinico San Martino di Genova – era evidentemente al fatto che si neghino tali ricoveri per l’età“.
Ma in realtà, obietta Bassetti, “non è che non si fanno andare i novantenni in rianimazione, è che la gente che va in ospedale a 90 anni non ci va per il Covid, ma per tutt’altro. E poi magari incidentalmente può anche avere il tampone positivo a Covid, ma in ospedale ci va per insufficienza cardiaca, per problemi renali, ictus, problemi di demenza, o anche infettivi di altro tipo, e così via. Il Covid è l’ultimo dei problemi“.
Il nocciolo della questione per l’infettivologo? “E’ che in questo Paese facciamo i tamponi perché non sappiamo fare i vaccini. La verità è che se tutti questi 90enni avessero fatto tutte le dosi di vaccino (non solo i vaccini iniziali del 2021 ma anche i richiami ogni anno), e non le hanno fatte nella stragrande maggioranza dei casi, probabilmente potremmo anche evitare di fargli il tampone. E’ evidente che lo facciamo se un paziente arriva con una polmonite o una insufficienza respiratoria, e cerchiamo il Covid come tanti altri virus“.
Ma, incalza l’esperto, “questo continuare a cercare unicamente Sars-CoV-2 è un errore. Dobbiamo tornare a far sì che ‘il test’ possa essere prescritto unicamente dai medici. Finché continueremo a far sì che i tamponi vengano decisi dalla gente spontaneamente, dai direttori sanitari, e così via, non ne usciremo mai. Finché in Italia si faranno 80-100.000 tamponi alla settimana, i numeri continueranno ad essere questi“, ragiona.
“E se in piena estate facciamo 85 mila tamponi, quando arriveremo a settembre quanti saranno? Siamo in un punto di non ritorno. Tutti si riempiono la bocca del Covid, ormai è diventato quasi ‘figo’ essere Covid positivo o parlare di Covid. Rimettiamo le cose al loro posto“. Per l’esperto “si vuole continuare a rincorrere gente che ha altri problemi di salute e incidentalmente il tampone positivo“. Siamo “un Paese ‘innamorato del Covid’“.
