Aviaria, intubata per giorni con virus mutato: perché il caso della teenager è preoccupante

La paziente, ripercorrono gli autori del lavoro, si è presentata in pronto soccorso il 4 novembre, aveva congiuntivite in entrambi gli occhi

Era il 9 novembre 2024 quando veniva ufficializzata la notizia del primo caso sospetto di influenza aviaria H5 nella provincia canadese della British Columbia. Si parlava già da subito di paziente teenager in condizioni critiche, i primi sintomi risalivano al 2 novembre. Ora la sua storia clinica viene ricostruita dettagliatamente in un report pubblicato sul ‘New England Journal of Medicine’. E colpisce, evidenziano gli esperti, perché per salvare l’adolescente – una ragazza 13enne con una storia di asma lieve e un indice di massa corporea elevato, superiore a 35 – è stato necessario l’uso dell’Ecmo, la macchina cuore-polmoni, e la paziente è stata estubata dopo diversi giorni (era il 28 novembre).

Sulla base di questo caso, gli autori della corrispondenza – ricercatori di British Columbia Centre for Disease Control, British Columbia Children’s Hospital di Vancouver, Public Health Agency of Canada e Cdc statunitensi – concludono che l’infezione da virus dell’influenza aviaria altamente patogena A(H5N1) contratta in Nord America “può causare gravi malattie nell’uomo”. E appare “preoccupante” l’evidenza di mutazioni nel virus che portano cambiamenti nell’emoagglutinina, i quali “potrebbero aumentare il legame con i recettori delle vie aeree umane”.

Il dettagli

La paziente, ripercorrono gli autori del lavoro, si è presentata in pronto soccorso il 4 novembre, aveva congiuntivite in entrambi gli occhi da 2 giorni e da un giorno era comparsa anche la febbre. In quella circostanza viene dimessa senza particolari cure da seguire. Ma subito dopo insorgono ulteriori sintomi: tosse, vomito e diarrea. Così la ragazza torna al pronto soccorso il 7 novembre: presenta difficoltà respiratoria con instabilità emodinamica. Il giorno dopo, l’8 novembre, viene trasferita, con supporto ventilatorio all’unità di terapia intensiva pediatrica del British Columbia Children’s Hospital con insufficienza respiratoria, polmonite nel lobo inferiore sinistro, danno renale acuto, trombocitopenia e leucopenia.

Un tampone nasofaringeo fatto al momento del ricovero risulta positivo per l’influenza A (poi si appurerà che è H5). Scatta il trattamento con l’antivirale oseltamivir e viene disposto l’uso di protezioni anti-contagio. Le radiografie della ragazza sono coerenti con la progressione verso la sindrome da distress respiratorio acuto, il che porta i medici a intubarla e iniziare l’Ecmo (ossigenazione extracorporea a membrana) il 9 novembre e nei giorni successivi una forma di dialisi, visto il danno ai reni. Alle cure si aggiunge un trattamento antivirale combinato e i medici riescono a ottenere il primo test negativo il 16 novembre.

Un altro aspetto evidenziato nel report è che il monitoraggio condotto ha indicato livelli virali più elevati nel tratto respiratorio inferiore. Gli esperti hanno anche analizzato il virus dell’influenza A(H5N1) coltivato da campioni respiratori ottenuti dalla paziente tra l’8 e il 12 novembre. Risultato: non è stata osservata evidenza di ridotta suscettibilità a nessuno dei 3 agenti antivirali utilizzati nel trattamento e lo stato respiratorio della paziente è migliorato, fino all’estubazione il 28 novembre. La sequenza del genoma virale ottenuta da un campione di aspirato tracheale raccolto il 9 novembre (8 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi) mostra che si è trattato di un virus del clade 2.3.4.4b, genotipo D1.1, 4, “il più strettamente correlato ai virus rilevati negli uccelli selvatici nella Columbia Britannica nello stesso periodo”.

Nel report viene ribadito che sono stati rilevati marcatori di adattamento all’uomo, delle mutazioni che sono osservate speciali perché l’effetto possibile è che sia facilitato l’ingresso virale nelle cellule del tratto respiratorio umano e consentita la replicazione virale, avvertono gli autori.