Una delle prime decisioni del nuovo direttore della CIA, John Ratcliffe, ha riguardato la revisione dell’analisi dell’agenzia sull’origine della pandemia di Covid-19. Secondo una comunicazione diffusa ai media statunitensi, l’intelligence americana ora considera “più probabile” l’ipotesi di un’origine legata a un incidente di laboratorio rispetto a quella naturale, pur mantenendo un basso grado di fiducia in questa valutazione. L’indagine sulle origini del virus, tuttavia, rimane aperta. In precedenza, la CIA sosteneva di non avere sufficienti informazioni per determinare se il virus fosse passato dagli animali all’uomo o se fosse il risultato di una fuga accidentale da un laboratorio cinese. Ratcliffe, che già in passato aveva difeso la teoria dell’incidente di laboratorio, ha accusato la Cina di ostacolare la trasparenza sulle origini del virus. L’ex deputato del Texas aveva già ricoperto per circa sette mesi il ruolo di coordinatore dell’intelligence sotto l’amministrazione Trump.
Un’indagine del Congresso rafforza l’ipotesi dell’incidente di laboratorio
All’inizio di dicembre, un rapporto di una sottocommissione della Camera dei Rappresentanti ha avanzato la tesi che il virus abbia avuto origine in un laboratorio a Wuhan, la città cinese dove fu registrato per la prima volta. Il documento evidenzia la presenza di strutture che studiavano i coronavirus con protocolli di sicurezza inadeguati. Inoltre, alcuni ricercatori cinesi si sarebbero ammalati con sintomi simili al Covid-19 già nell’autunno 2019, mesi prima della rilevazione ufficiale del virus nel mercato di Wuhan.
La comunità scientifica rimane divisa
Nonostante le nuove valutazioni della CIA e del Congresso americano, il dibattito scientifico sull’origine del Covid-19 resta aperto. Uno studio pubblicato a settembre sulla rivista Cell suggerisce che il virus possa provenire da animali selvatici venduti nel mercato di Wuhan, ma le oltre 800 analisi effettuate non hanno fornito prove definitive.
Una delle difficoltà nell’accertare l’origine del virus è legata ai tempi di raccolta dei campioni. Il Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) ha fornito campioni raccolti solo a partire da gennaio 2020, mentre gli esperti ritengono che il virus circolasse già da novembre 2019.
Il parere del virologo Christian Drosten
Il virologo tedesco Christian Drosten, in un’intervista al quotidiano taz, ha dichiarato di ritenere “ancora probabile” un’origine naturale del virus. Tuttavia, ha aggiunto che la Cina avrebbe dovuto fornire prove più convincenti. “I ricercatori cinesi hanno tutti gli strumenti tecnici per dimostrarlo”, ha affermato Drosten, sottolineando di essere diventato più scettico con il passare del tempo. Drosten ha inoltre evidenziato che alcuni studi scientifici cinesi lasciano dubbi sulle misure di sicurezza adottate nei laboratori. “Negli ultimi tempi ho avuto talvolta una sensazione di disagio”, ha ammesso. E’ quanto si legge su tagesspiegel.
La necessità di maggiore trasparenza
Nonostante la sua convinzione in un’origine naturale, Drosten ha dichiarato che la Cina dovrebbe dimostrare in modo più chiaro che il virus non proviene da un laboratorio. A suo avviso, sarebbe necessario rendere pubblici i documenti relativi agli abbattimenti di animali potenzialmente ospiti intermedi del virus, come i cani procioni e lo zibetto, effettuati all’inizio della pandemia.
La questione della trasparenza è stata sollevata anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che a dicembre ha ribadito la richiesta di accesso ai dati cinesi per chiarire l’origine del virus. Pechino ha sempre respinto le accuse di scarsa collaborazione e ha negato qualsiasi coinvolgimento in un possibile incidente di laboratorio. La ricerca sulla genesi del Covid-19 resta quindi un tema di grande rilevanza, con implicazioni scientifiche, politiche e diplomatiche di lungo termine.



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