La siccità che rende il suolo arido e la vegetazione sempre più assetata e disidratata, più i venti forti che soffiano dal deserto come i Santa Ana Winds: sono questi i principali fattori che stanno alimentando i disastrosi incendi nella zona di Los Angeles. Anche questa volta a innescarli è stato l’uomo, come accade nella quasi totalità dei casi, tranne rare eccezioni dovute ai fulmini. A ricostruire il quadro è Michele Salis, dell’Istituto per la BioEconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche a Sassari. “La situazione nella zona di Los Angeles nasce dalla combinazione di una serie di elementi, il principale dei quali sono i venti forti e caldi che soffiano da zone desertiche verso la costa“, ha osservato. “Un altro elemento chiave è la siccità, che comporta la disidratazione della vegetazione sulla quale il fuoco va a propagarsi”.
Bisogna poi considerare la tendenza, diffusa in California, a costruire case sempre più ai margini delle città, in aree vicino a foreste o comunque a zone rischio di incendio. Spesso, inoltre, sono case costruite con materiali facilmente infiammabili, come il legno.
Il regista di questa situazione complessa è il riscaldamento globale. “Tanti studi – dice l’esperto – mettono in guardia sul fatto che il surriscaldamento del pianeta e il calo delle precipitazioni hanno ripercussioni importanti per il rischio di incendi”, così come per la loro durata e la frequenza.
L’unico mezzo efficace per contrastare il pericolo degli incendi, che incombe sempre di più su tutto l’emisfero Nord, è la prevenzione. Questa, osserva Salis, consiste nella gestione del territorio con la manutenzione dei boschi, nel contrasto dell’abbandono delle aree rurali, nella preparazione di mappe delle zone più a rischio e nel costruire in modo più sicuro.
