SpaceX, la società aerospaziale di Elon Musk, ha già lanciato oltre 7.000 satelliti per costruire la costellazione internet Starlink, e potrebbe arrivare a 42.000 per una copertura completa. Lunedì scorso, anche il Project Kuiper di Amazon ha messo in orbita i suoi primi 27 satelliti operativi per quella che punta ad essere una rete concorrente a Starlink. Complessivamente, secondo le proiezioni dell’Agenzia Spaziale Europea, entro il 2030 ci saranno 100.000 satelliti in orbita, dieci volte più di oggi. Secondo quanto riporta la newsletter Green Daily di Bloomberg, “negli ultimi anni, alcuni scienziati hanno iniziato a monitorare come i rientri satellitari stiano alterando l’atmosfera e a modellare cosa potrebbe accadere se questa tendenza continua”.
“Oggi, il 10% degli aerosol nella stratosfera contiene già alluminio o altre particelle derivanti dalla combustione dei satelliti. Il carbonio nero, o fuliggine, prodotto in alta quota durante i lanci, può riscaldare direttamente la stratosfera e contribuire alla distruzione dello strato di ozono, che protegge la vita sulla Terra dai raggi ultravioletti del Sole. Anche gli ossidi di alluminio formatisi durante il rientro potrebbero avere effetti negativi sulla chimica dell’ozono”, viene spiegato.
“Le grandi aziende del settore satellitare sono a conoscenza delle ricerche sempre più numerose sui rischi associati ai rientri, anche se non è ancora chiaro come potrebbero evolversi le normative né quale impatto potrebbero avere sull’industria o sui costi di lancio”, prosegue l’analisi pubblicata da Bloomberg. “Anche se i satelliti probabilmente non rappresentano una minaccia per lo strato di ozono paragonabile a quella dei gas refrigeranti e delle bombolette spray degli anni ’80”, prosegue Green Daily, “diventeranno un problema crescente”, avverte Kostas Tsigaridis, ricercatore presso il Center for Climate Systems Research della Columbia University. “Non dobbiamo chiudere gli occhi solo perché oggi è un problema piccolo”.


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