Un virus ancora poco conosciuto fuori dagli ambienti scientifici sta attirando l’attenzione degli epidemiologi per la sua rapida diffusione in America Latina. Si tratta del virus Oropouche, già responsabile di tante infezioni in Paesi come Brasile, Perù, Colombia, Bolivia e nei Caraibi. E’ stato confermato un primo decesso a Rio de Janeiro. Scoperto per la prima volta nel 1955 a Trinidad e Tobago, il virus è oggi sotto la lente d’ingrandimento degli esperti internazionali, che ne denunciano la massiccia sottodiagnosi nelle aree tropicali. La sintomatologia del virus Oropouche è spesso confusa con quella di dengue e Zika, il che contribuisce alla sua sottovalutazione. Febbre alta, dolori muscolari e articolari, mal di testa, brividi, nausea, vomito e sfoghi cutanei sono i sintomi più comuni. Anche se nella maggior parte dei casi la malattia è autolimitante, possono verificarsi complicazioni più gravi come la meningite virale, una pericolosa infezione del sistema nervoso centrale.
Uno studio recente del team guidato dal professor Jan Felix Drexler del Charité – Universitätsmedizin di Berlino, pubblicato su The Lancet Infectious Diseases, ha rivelato che le infezioni da Oropouche sono molto più diffuse di quanto si pensasse. Analizzando oltre 9.400 campioni di sangue raccolti tra il 2001 e il 2022 in sei Paesi latinoamericani, i ricercatori hanno trovato che circa il 6% della popolazione ha sviluppato anticorpi contro il virus. In alcune aree dell’Amazzonia la percentuale sale oltre il 10%.
Il ruolo del cambiamento climatico e del fenomeno El Niño
Secondo gli scienziati, la diffusione accelerata del virus è favorita dalle condizioni climatiche: piogge abbondanti e temperature elevate creano un habitat ideale per i vettori del virus. A differenza di Zika e dengue, l’Oropouche non è trasmesso dalle zanzare comuni ma da minuscoli insetti chiamati Ceratopogonidae, o “moscerini pungenti”, talmente piccoli da attraversare le normali zanzariere. I modelli di apprendimento automatico elaborati dal team di Drexler indicano che il clima è il principale motore della trasmissione. Le aree più colpite restano quelle della foresta amazzonica, ma sono stati identificati focolai anche in America Centrale, nei Caraibi e nel sud del Brasile. Le regioni ad alta quota, invece, risultano meno esposte per via delle temperature più basse che riducono l’attività degli insetti.
Preoccupazione per le donne in gravidanza
Una delle aree di maggiore preoccupazione riguarda gli effetti del virus sulle donne in gravidanza. Sono già stati riportati due decessi tra donne giovani e sane, oltre a casi di aborti spontanei e malformazioni congenite. Secondo Drexler, l’impatto dell’Oropouche sullo sviluppo fetale sembrerebbe meno grave rispetto al virus Zika, ma gli studi sono ancora in fase iniziale e servono ulteriori ricerche.
In assenza di un vaccino o di una terapia specifica, gli esperti raccomandano estrema cautela soprattutto alle donne in gravidanza o che pianificano una gravidanza. Le misure preventive includono l’uso di abiti coprenti, repellenti a base di DEET o icaridina, e il ricorso a consulenze mediche prima di viaggi in zone a rischio.
La prevenzione: unica difesa disponibile
Ad oggi, non esiste un vaccino approvato né un farmaco antivirale contro l’Oropouche. La prevenzione si basa esclusivamente sull’evitare le punture degli insetti che lo trasmettono. I moscerini vettori del virus, larghi appena 3 millimetri, sono talmente piccoli da passare attraverso molte zanzariere comuni, rendendo necessarie reti a trama fine, vestiti protettivi e repellenti efficaci.
Fino a quando il virus continuerà a circolare in modo così esteso e resterà poco conosciuto, gli esperti invitano alla massima prudenza, soprattutto nella regione amazzonica e nelle pianure tropicali. L’allerta è alta, e il mondo scientifico si sta mobilitando per affrontare quella che potrebbe diventare una nuova emergenza sanitaria globale.



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