Hormuz, il petrolio a rischio “fiammate”: le possibili conseguenze del conflitto sull’Italia

Alla chiusura di New York, ieri, il Wti, il greggio di riferimento globale ha chiuso a ridosso dei 73 dollari

Il conflitto tra Israele e Iran rischia di scatenare un nuovo caro-greggio con conseguenze dirette sui consumi degli italiani, ad iniziare proprio dal costo dei carburanti. Finora, assicura il ministro Pichetto, il rincaro è contenuto intorno all’8% per il petrolio e al 5% per il gas ma abbiamo archiviato soltanto la prima giornata di mercato seguita all’attacco israeliano e si aspetta di vedere l’inizio della nuova settimana. Alla chiusura di New York, ieri, il Wti, il greggio di riferimento globale ha chiuso a ridosso dei 73 dollari, dopo aver superato i 77 dollari subito dopo l’inizio dell’attacco israeliano, ancora lontano dai preoccupanti picchi raggiunti l’anno scorso dopo i primi scontri tra Teheran e Tel Aviv o addirittura dall’inizio della guerra in Ucraina, quando arrivò a scambiare un barile a 120 dollari.

Il vero timore dei mercati, più l’eventuale coinvolgimento degli impianti petroliferi iraniani, il cui export è soprattutto diretto in Cina e interessato dalle sanzioni contro il regime, è la eventuale rappresaglia dell’Iran sullo stretto di Hormuz, di fronte all’Oman. Attraverso il canale transita tutto il petrolio diretto dal Golfo Persico agli importatori nel mondo comprese le esportazioni di Gnl dal Qatar e dall’Oman: si tratta della principale arteria petrolifera, il 40% del volume del mercato. Circa 15 milioni di barili al giorno transitano per Hormuz, “un blocco totale farebbe schizzare il petrolio oltre i 200 dollari” avevano ipotizzato gli esperti l’anno scorso all’acuirsi delle tensioni tra i due paesi.