In un cambio di rotta, la Commissione europea ha proposto di riutilizzare una parte dei fondi originariamente destinati alla ripresa post-pandemica per sostenere le sue ambiziose strategie di riarmo. Al centro della proposta vi è il Recovery Fund, lo strumento straordinario da 750 miliardi di euro varato nel 2020 per rilanciare l’economia europea dopo i lockdown imposti dal Covid-19. Concepito per promuovere la transizione verde e digitale, il Recovery Fund non ha prodotto il boom economico atteso: molti Paesi, in particolare la Germania, sono ancora in recessione, e l’intera Unione sta perdendo slancio competitivo. A oggi, circa 335 miliardi di euro del fondo restano inutilizzati. E proprio questi fondi non spesi sono ora nel mirino della Commissione europea, che intende destinarli a nuove iniziative nel settore della difesa.
Secondo il presidente Ursula von der Leyen, la scadenza per utilizzare queste risorse – agosto 2026 – impone un’azione rapida. Bruxelles invita quindi i governi e il Parlamento europeo a modificare il quadro giuridico del Programma Europeo per l’Industria della Difesa (EDIP), al fine di rendere possibile la riconversione dei fondi per usi militari.
Difesa comune con fondi comuni
L’idea è semplice quanto controversa: i Paesi membri potranno reindirizzare i fondi Recovery verso progetti comuni nel settore della difesa, evitando sprechi e accelerando l’integrazione militare europea. Il Commissario all’Economia Valdis Dombrovskis ha sottolineato che ciò consentirebbe di sostenere obiettivi europei condivisi, ora estesi anche alla sicurezza e alla difesa. Gli Stati membri potranno inoltre rimodulare i loro piani nazionali, riducendo o cancellando progetti non più realizzabili e integrandoli con altri programmi UE.
Ostacoli e resistenze
Tuttavia, non tutti i Paesi sono pronti a questo cambiamento. Alcuni, come Romania, Bulgaria e Ungheria, sono in forte ritardo nell’attuazione dei piani originali. L’Ungheria, in particolare, rischia di perdere oltre 10 miliardi di euro, non avendo ancora presentato richieste di pagamento a causa di problematiche legate a stato di diritto e lotta alla corruzione. Richieste di proroga oltre il 2026, avanzate da Stati come Italia e Spagna, sono state respinte dalla Commissione, che teme le implicazioni politiche e finanziarie di una revisione dell’accordo iniziale. Qualsiasi estensione richiederebbe infatti l’unanimità dei Paesi membri e l’approvazione dei Parlamenti nazionali, aprendo scenari rischiosi per la tenuta politica dell’Unione.
Un obiettivo da 800 miliardi
Il piano dell’UE guarda comunque ben oltre il 2026. Al vertice di primavera, i leader europei hanno concordato di rafforzare radicalmente l’industria bellica continentale nei prossimi cinque anni. L’obiettivo: mobilitare 800 miliardi di euro entro il 2030, anche attraverso nuovi prestiti per 150 miliardi e l’esclusione delle spese militari dalle regole europee sul debito pubblico. Tra le priorità strategiche c’è il sostegno alla Ucraina, con una maggiore partecipazione delle industrie europee alla produzione di armamenti e una semplificazione delle normative per rendere il settore più competitivo e reattivo.
Una svolta storica per l’Unione
La proposta della Commissione segna un cambiamento profondo nella visione dell’UE, che da progetto di pace post-bellico si sta trasformando in attore geopolitico armato. La riconversione del Recovery Fund a scopi militari non solo apre un nuovo capitolo nella storia dell’integrazione europea, ma solleva anche interrogativi etici e politici sul futuro dell’Unione. Se l’operazione avrà successo, potrebbe segnare l’inizio di un’Europa più autonoma e coesa sul piano della difesa.


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