Nel contesto della crescente competizione spaziale tra le grandi potenze mondiali, gli Stati Uniti hanno lanciato una sfida audace: portare un reattore nucleare sulla superficie lunare entro il 2030. L’obiettivo è ottenere una fonte di energia stabile e sicura per supportare le future missioni spaziali, ma non solo. Si tratta anche di un’operazione strategica in grado di anticipare la Russia e la Cina, che stanno sviluppando piani simili. Il reattore potrebbe non solo rivoluzionare l’esplorazione spaziale, ma anche segnare l’inizio di una nuova era di geopolitica lunare.
Intervista a Sean Duffy, amministratore pro tempore della NASA
A inizio agosto, Sean Duffy, amministratore pro tempore della NASA e segretario ai Trasporti degli Stati Uniti, ha annunciato che l’agenzia spaziale americana intende accelerare i suoi sforzi per installare un reattore a fissione nucleare sulla Luna entro il 2030. Secondo Duffy, il progetto è una delle principali priorità dell’amministrazione e potrebbe costituire una “roccaforte” contro le aspirazioni di Russia e Cina nella corsa verso la colonizzazione lunare. Come riporta formiche.net, Sean Duffy ha svelato sulla possibilità di mettere un reattore sulla Luna: “tecnicamente, sì, e anche in fretta. Quella che viene definita “colonizzazione lunare”, almeno per i primi tempi, consisterà nel sostenere la permanenza di poco personale selezionato e di una ampia gamma di strumentazione tecnica per la conduzione di esperimenti e attività di ricerca. Pertanto, un reattore come quello immaginato dalla Nasa, dalla potenza di 100 kW, capace di sostenere il fabbisogno energetico di circa 80 famiglie, sarebbe più che sufficiente allo scopo.
Considerando che i reattori convenzionali che siamo abituati a vedere sulla Terra sono in grado di produrre centinaia di milioni di watt di energia elettrica, le dimensioni di questo reattore lunare sarebbero decisamente più contenute. Più o meno quelle di un normale container commerciale. I piani preliminari della Nasa prevedono che il reattore debba essere assemblato e reso pronto all’uso sulla Terra, trasportato in stato di inattività fuori dal pianeta e acceso solo una volta posizionato sul suolo lunare. Perché ciò sia possibile, sarà necessario anche un lander lunare in grado di trasportare il reattore interamente assemblato sulla superficie del satellite. A tal proposito, tutti i progetti per costruire mezzi da sbarco sulla Luna sono ancora in fase di sviluppo, incluso quello targato SpaceX. Ciononostante, le autorità americane si dicono fiduciose di riuscire a realizzare l’opera già nel 2030″, dichiara.
“A cosa servirebbe? Attualmente, i piani per il ritorno (e la permanenza) dell’uomo sulla Luna – previsto, forse troppo ottimisticamente, per il 2027 — prevedono che le strumentazioni, i sistemi di supporto vitale e i moduli abitativi sul satellite vengano alimentati dall’energia solare. Tuttavia, un giorno lunare corrisponde a quattro settimane terrestri, con un ciclo giorno/notte di due settimane, il che potrebbe rappresentare un ostacolo non indifferente alla conduzione di attività continue sulla Luna.
Dunque, sotto il profilo della sostenibilità energetica della colonizzazione lunare, le questioni sono due: o si riesce a sviluppare batterie in grado di immagazzinare energia sufficiente ad alimentare i sistemi durante le due settimane di buio, oppure si rende necessaria una produzione energetica costante e non vincolata alla disponibilità di luce solare. Ci sarebbe anche una terza opzione: sfruttare il polo Sud lunare, dove il sole non “tramonta” mai completamente sulle creste di alcuni crateri. Tale soluzione, però, renderebbe virtualmente impossibile sostenere complessi abitativi troppo lontani dal polo. Di conseguenza, un reattore nucleare potrebbe rappresentare la soluzione più immediata”.



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