Aurora boreale, niente bis per l’Italia: ecco perché prevedere il meteo spaziale è (quasi) impossibile

Dopo lo spettacolare show della notte tra 11 e 12 novembre, la tempesta geomagnetica attesa si è rivelata più debole del previsto. Il meteo spaziale è imprevedibile

La notte tra il 12 e il 13 novembre 2025 non ha regalato l’aurora boreale visibile dall’Italia, deludendo le aspettative di migliaia di appassionati che, dopo lo spettacolo eccezionale della sera precedente, avevano puntato gli occhi al cielo in attesa di un bis. Secondo lo Space Weather Prediction Center NOAA e di SpaceWeather.com, nella serata del 12 novembre (alle 19:17 UTC) è giunta sulla Terra una nuova espulsione di massa coronale (CME) proveniente dal Sole, la 3ª e più potente di una serie di 3, generata dal flare solare di classe X5.1 – uno dei più intensi del ciclo solare in corso – e si prevedeva potesse innescare una tempesta geomagnetica di classe G3 o superiore. Tuttavia, le condizioni del vento solare e del campo magnetico interplanetario (IMF) non si sono allineate nel modo giusto per produrre nuovi fenomeni luminosi a latitudini medie come quelle italiane.

Cos’è successo?

Il fronte della CME ha attraversato i satelliti di monitoraggio situati nel punto di equilibrio L1 (a circa 1,5 milioni di km dalla Terra) intorno alle 20 ma, contrariamente alle attese, i parametri del vento solare – velocità, densità e temperatura – non hanno subito variazioni significative. Inoltre, la componente verticale del campo magnetico interplanetario, nota come Bz, è rimasta positiva: una condizione che “chiude” la magnetosfera terrestre e impedisce alle particelle cariche di penetrare negli strati atmosferici dove si generano le aurore. Il campo magnetico interplanetario è rimasto positivo. È la prova che la scienza delle previsioni di meteo spaziale è difficilissima. In altre parole, nonostante l’intensità teorica della tempesta (indice Kp fino a 8+), la geometria magnetica non ha permesso l’instaurarsi delle correnti necessarie per produrre le tipiche “tende luminose” nel cielo.

Un confronto con la notte precedente

Ben diversa era stata la situazione tra l’11 e il 12 novembre, quando 2 CME ravvicinate – arrivate in rapida sequenza e in anticipo rispetto alle previsioni – avevano prodotto una tempesta geomagnetica severa di classe G4. Le aurore erano state avvistate non solo in gran parte d’Europa, ma anche in quasi tutti gli stati degli USA, fino a latitudini insolite come Florida, Texas e California. In Italia, centinaia di osservatori avevano immortalato le luci danzanti del Nord visibili persino dal centro del Paese.

Un fenomeno (ancora) imprevedibile

Prevedere le aurore resta una sfida complessa. Perché un’aurora sia visibile da latitudini come quelle italiane, devono verificarsi contemporaneamente diverse condizioni:

  • Un indice geomagnetico Kp pari o superiore a 7;
  • Un Bz fortemente negativo (almeno -10 nT);
  • Alta velocità e densità del vento solare;
  • Elevata potenza aurorale dissipata in atmosfera (circa 100 GW o più).

Basta che uno solo di questi parametri non si allinei perché lo spettacolo sfumi del tutto, come è successo questa notte.

Un promemoria

L’assenza di aurore nella notte del 12-13 novembre non segna una “fine” del fenomeno, ma piuttosto un promemoria: la meteorologia spaziale è ancora un campo in evoluzione, dove ogni previsione può sorprendere o deludere. Il Sole, entrato ormai nella fase più attiva del suo ciclo undecennale, continuerà a produrre eruzioni e brillamenti nelle prossime settimane e, chissà, magari la prossima “cannonata” magnetica regalerà di nuovo all’Italia cieli in fiamme.