Un team di ricercatori di Stanford Medicine ha identificato il processo biologico attraverso cui i vaccini anti-COVID-19 a mRNA possono, in rari casi, provocare danni al cuore in giovani uomini e adolescenti. Lo studio, pubblicato il 10 dicembre su Science Translational Medicine, individua anche una possibile via per ridurre questo rischio, senza compromettere l’efficacia della risposta immunitaria. I vaccini a mRNA contro il COVID-19 sono stati somministrati miliardi di volte in tutto il mondo e hanno dimostrato un profilo di sicurezza estremamente elevato. Come sottolinea Joseph Wu, MD, PhD, direttore dello Stanford Cardiovascular Institute, il loro impatto nella mitigazione della pandemia è stato decisivo: senza di essi, i casi gravi e i decessi sarebbero stati nettamente superiori. Tuttavia, come accade per qualsiasi vaccino, una piccola percentuale di persone può sviluppare effetti avversi.
Un rischio raro ma reale: la miocardite post-vaccino
Tra questi effetti rientra la miocardite, un’infiammazione del tessuto cardiaco che può manifestarsi con dolore toracico, fiato corto, febbre e palpitazioni, in genere entro uno-tre giorni dalla vaccinazione e in assenza di infezione virale. La condizione è associata a livelli elevati di troponina cardiaca nel sangue, un indicatore clinico di danno alle cellule del muscolo cardiaco.
L’incidenza è bassa: circa 1 caso ogni 140.000 vaccinati dopo la prima dose, che sale a 1 su 32.000 dopo la seconda. Il picco si osserva nei maschi sotto i 30 anni, con un’incidenza di circa 1 su 16.750. Fortunatamente, nella maggior parte dei casi il decorso è benigno e il recupero rapido, con pieno ripristino della funzione cardiaca. Wu ricorda però un punto fondamentale: l’infezione da COVID-19 è circa dieci volte più probabile di causare miocardite rispetto alla vaccinazione, oltre a tutti gli altri rischi ben noti della malattia.
Il “tag team” dell’infiammazione: CXCL10 e IFN-gamma
La domanda chiave che ha guidato la ricerca è stata: perché in alcuni individui il vaccino può scatenare questa reazione? Analizzando campioni di sangue di persone vaccinate, i ricercatori hanno notato livelli elevati di due proteine – CXCL10 e IFN-gamma – nei soggetti che avevano sviluppato miocardite. Entrambe sono citochine, molecole di segnalazione usate dal sistema immunitario per coordinare la risposta alle minacce. Gli esperimenti di laboratorio hanno chiarito una sequenza in due fasi:
- I vaccini a mRNA attivano i macrofagi, cellule immunitarie “di prima linea”, che rilasciano grandi quantità di CXCL10.
- Questa citochina stimola i linfociti T, i quali a loro volta producono IFN-gamma, amplificando l’infiammazione.
Insieme, CXCL10 e IFN-gamma agiscono come una squadra (“tag team”) che può innescare un’infiammazione capace di danneggiare direttamente le cellule del muscolo cardiaco.
Le prove: topi e “cuori in miniatura”
Nei modelli animali, i ricercatori hanno osservato un aumento della troponina cardiaca e un’infiltrazione nel cuore di macrofagi e neutrofili, cellule immunitarie molto aggressive che, nel combattere una minaccia, possono causare danni collaterali ai tessuti sani. Bloccando l’azione di CXCL10 e IFN-gamma, l’infiammazione cardiaca e il danno risultavano significativamente ridotti.
Risultati simili sono emersi anche utilizzando sofisticati modelli umani in vitro: “sferoidi cardiaci”, strutture tridimensionali create a partire da cellule umane riprogrammate, in grado di simulare la contrazione del cuore. Anche in questo caso, l’esposizione alle due citochine comprometteva la funzione cardiaca, mentre la loro inibizione ne permetteva un parziale recupero.
Il ruolo sorprendente della genisteina
Un aspetto particolarmente interessante dello studio riguarda la genisteina, un composto di origine vegetale derivato dalla soia, con una debole attività simile agli estrogeni e note proprietà antinfiammatorie. Wu e il suo team avevano già studiato questa molecola in passato, dimostrando la sua capacità di proteggere cuore e vasi sanguigni da altri tipi di danno.
Nei nuovi esperimenti, il pretrattamento con genisteina – su cellule, sferoidi cardiaci e topi – ha attenuato in modo significativo gli effetti infiammatori indotti dal vaccino o dalla combinazione CXCL10/IFN-gamma. È importante notare che la genisteina utilizzata nello studio era più pura e concentrata rispetto agli integratori alimentari comuni, ma la sua sicurezza è ben nota: come osserva Wu, “nessuno è mai andato in overdose mangiando tofu”.
Prospettive future
Secondo gli autori, l’aumento delle citochine infiammatorie potrebbe essere un effetto di classe dei vaccini a mRNA, dato che l’IFN-gamma è un elemento centrale della difesa dell’organismo contro virus e materiale genetico estraneo. Questa risposta è essenziale, ma se eccessiva può diventare dannosa.
La ricerca apre la strada a nuove strategie per ridurre ulteriormente i rari effetti avversi dei vaccini a mRNA, mantenendone intatti i benefici. Come sottolinea Wu, comprendere questi meccanismi non significa mettere in discussione la vaccinazione, ma al contrario renderla ancora più sicura, rafforzando la fiducia nella scienza e nella medicina preventiva.


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