Il cosmo nasconde un segreto monumentale: tutto ciò che vediamo, dalle stelle scintillanti alle vaste nebulose, rappresenta solo una minima frazione della realtà. La stragrande maggioranza della materia nell’Universo è “oscura“, una sostanza invisibile che non emette, non assorbe e non riflette la luce, interagendo esclusivamente attraverso la forza di gravità. Fino ad oggi, mappare questa impalcatura spettrale era un’impresa limitata dalla sensibilità degli strumenti, lasciando in ombra le strutture più fini che compongono la “ragnatela cosmica“. Tuttavia, una nuova ricerca pubblicata su Nature Astronomy ha segnato una svolta epocale: Diana Scognamiglio e il suo team hanno presentato la mappa della materia oscura più dettagliata mai realizzata, utilizzando la potenza del Telescopio Spaziale James Webb (JWST) per guardare laddove l’occhio umano e i precedenti telescopi non erano mai arrivati.
Questa straordinaria cartografia celeste copre un’area nota come campo COSMOS-Web e ha raggiunto una risoluzione spaziale di circa un arcominuto, superando di oltre il doppio le prestazioni del leggendario telescopio Hubble. Il cuore di questa scoperta risiede in un fenomeno fisico chiamato lente gravitazionale debole. La materia oscura, agendo come una sorta di lente d’ingrandimento cosmica, devia leggermente il percorso della luce proveniente dalle galassie sullo sfondo. Misurando queste impercettibili distorsioni nelle forme di circa 250.000 galassie lontane, gli scienziati sono riusciti a ricostruire la distribuzione della massa sottostante, rivelando non solo i massicci ammassi di galassie, ma anche le sottili “corde” di materia oscura che li collegano.
Il James Webb ha permesso di spingere lo sguardo fino a un’epoca remota, circa 8-11 miliardi di anni fa, durante il cosiddetto “mezzogiorno cosmico“, il periodo di massima formazione stellare dell’Universo. La mappa rivela con estrema precisione come la materia oscura e quella ordinaria co-evolvano all’interno di filamenti, ammassi e persino regioni quasi vuote chiamate “underdensities“. Un aspetto particolarmente affascinante del lavoro è il recupero di quindici ammassi galattici già noti per la loro emissione di raggi X, ma con una fedeltà tale da identificare strutture precedentemente invisibili perfino ad Hubble. Queste scoperte confermano il modello cosmologico standard, secondo cui le galassie si formano proprio nei nodi più densi dove i filamenti di materia oscura si incrociano.
Oltre a fornire una visione estetica mozzafiato dell’architettura invisibile dell’Universo, questo studio funge da nuovo punto di riferimento per testare le teorie sulla natura stessa della materia oscura. La capacità del JWST di distinguere piccoli aloni di materia attorno a gruppi di galassie a bassa massa o ad alto spostamento verso il rosso apre praterie inesplorate per la ricerca. Gli autori suggeriscono che queste mappe diventeranno una risorsa indispensabile per comprendere come l’ambiente circostante influenzi la crescita delle galassie e come l’energia emessa dai buchi neri supermassicci o le esplosioni di supernovae interagiscano con la rete di materia oscura nel corso dei millenni.



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