Il ritiro degli Stati Uniti da alcune delle principali organizzazioni climatiche e scientifiche internazionali segna una svolta profonda nella politica estera e scientifica americana. Con una decisione annunciata dalla Casa Bianca, l’amministrazione del presidente Donald Trump ha avviato l’uscita da 66 organismi internazionali, quasi la metà dei quali affiliati alle Nazioni Unite. Tra questi figurano pilastri della governance climatica globale e della cooperazione scientifica, come la U.N. Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) e l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).
La UNFCCC, istituita nel 1992, rappresenta il quadro di riferimento internazionale per il contrasto ai cambiamenti climatici e conta come membri praticamente tutti i Paesi del mondo. L’uscita degli Stati Uniti – uno dei maggiori emettitori storici di gas serra – indebolisce simbolicamente e operativamente il sistema multilaterale costruito negli ultimi trent’anni per coordinare la politica climatica globale. Ancora più rilevante, sul piano scientifico, è l’abbandono dell’IPCC, il comitato delle Nazioni Unite che valuta lo stato delle conoscenze sui cambiamenti climatici attraverso il lavoro di migliaia di scienziati.
Secondo l’amministrazione Trump, la decisione rientra in una più ampia revisione del ruolo degli Stati Uniti negli organismi multilaterali. “Quello che era iniziato come un quadro pragmatico di organizzazioni internazionali per la pace e la cooperazione si è trasformato in una vasta architettura globale, spesso dominata da un’ideologia progressista e distaccata dagli interessi nazionali“, ha dichiarato il segretario di Stato Marco Rubio, commentando la lista delle organizzazioni da cui Washington intende uscire.
Oltre alla UNFCCC e all’IPCC, il ritiro coinvolge numerose istituzioni scientifiche e ambientali. Tra queste figurano l’Inter-American Institute for Global Change Research, l’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES), l’International Renewable Energy Agency, l’International Union for Conservation of Nature e la Renewable Energy Policy Network for the 21st Century. Si tratta di organismi che producono dati, rapporti e analisi utilizzati da governi, università e centri di ricerca di tutto il mondo per comprendere fenomeni complessi come il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e la transizione energetica.
L’elenco comprende anche programmi specificamente dedicati alla riduzione delle emissioni, come lo U.N. Collaborative Programme on Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation in Developing Countries (REDD+), e iniziative legate all’energia sostenibile, tra cui U.N. Energy, U.N. Water e U.N. Oceans. L’uscita da questi contesti rischia di limitare l’accesso diretto degli Stati Uniti ai flussi di conoscenza scientifica condivisa e ai meccanismi di coordinamento internazionale su temi ambientali globali.
La decisione dell’amministrazione Trump riflette una visione critica nei confronti delle agende internazionali su clima, biodiversità e sviluppo sostenibile, spesso bollate come espressione di politiche “woke” o orientate alla diversità. Tuttavia, sul piano scientifico, l’uscita da queste organizzazioni segna un arretramento nella cooperazione globale proprio in un momento in cui le sfide ambientali richiedono dati condivisi, modelli comuni e risposte coordinate.


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