Una straordinaria ricerca scientifica ha rivelato il ritrovamento di sette ghepardi mummificati naturalmente e i resti scheletrici di altri cinquantaquattro individui all’interno di un sistema di grotte nella regione di Arar, nel nord dell’Arabia Saudita. Questa scoperta, avvenuta tra il 2022 e il 2023 durante l’esplorazione di oltre centotrenta cavità sotterranee, rappresenta un’opportunità senza precedenti per ricostruire la storia di questo grande felino in un’area dove è ormai estinto da decenni. La conservazione eccezionale dei tessuti molli e delle ossa è stata resa possibile dal clima particolare delle grotte: il freddo costante e l’assenza di umidità hanno letteralmente “congelato” i corpi nel tempo, bloccando la decomposizione e trasformandoli in mummie naturali.
Cronologia di una presenza millenaria
Le analisi condotte sui reperti hanno permesso di stabilire che il ghepardo ha abitato stabilmente la Penisola Arabica per migliaia di anni. Grazie a tecniche di datazione avanzate, i ricercatori hanno ricostruito una linea temporale che parte da circa quattromila anni fa e arriva fino a tempi molto recenti, a ridosso dell’epoca moderna. Questi dati confermano che il ghepardo non era un ospite occasionale, ma un residente storico della regione, la cui scomparsa definitiva è avvenuta solo negli anni Settanta del secolo scorso a causa dell’intervento umano e della distruzione del suo ambiente naturale.
Sorprese genomiche e biodiversità perduta
L’aspetto più rivoluzionario dello studio riguarda l’analisi del DNA estratto dai resti mummificati. Per la prima volta, gli scienziati sono riusciti a recuperare l’intero codice genetico da grandi felini conservati in questo modo. I risultati hanno smentito ciò che si credeva in precedenza: non esisteva solo la varietà asiatica di ghepardo in Arabia Saudita. Se l’esemplare più recente appartiene effettivamente alla sottospecie asiatica, i resti più antichi mostrano un legame genetico strettissimo con il ghepardo dell’Africa nord-occidentale. Questa scoperta dimostra che la Penisola Arabica è stata per millenni un punto di incontro tra diverse popolazioni di ghepardi provenienti da due continenti.
Nuovi orizzonti per il ritorno della specie
Le implicazioni di questa ricerca per la conservazione sono fondamentali. Fino ad oggi, si pensava che per riportare il ghepardo in Arabia Saudita fosse necessario utilizzare esclusivamente la sottospecie asiatica, che però è sull’orlo dell’estinzione con pochissimi esemplari rimasti in Iran. Sapere che in passato anche i ghepardi di origine africana vivevano e prosperavano in queste terre cambia tutto: significa che oggi i biologi hanno a disposizione un ventaglio più ampio di popolazioni da cui attingere per i progetti di reintroduzione. Il governo saudita ha già preparato il terreno ripristinando le popolazioni di gazzelle e orici, le prede naturali del felino, rendendo il ritorno del predatore un obiettivo sempre più concreto.
Le grotte come archivi della natura
Lo studio sottolinea come le grotte del deserto funzionino come veri e propri archivi biologici che custodiscono segreti altrimenti perduti per sempre. Questi luoghi non hanno solo protetto i corpi dei ghepardi, ma hanno fornito prove del fatto che gli animali usassero le cavità come tane sicure per crescere i propri piccoli. Grazie all’unione di genetica e storia naturale, gli scienziati hanno ora una “mappa” precisa per pianificare il ritorno del ghepardo, assicurandosi che la specie che verrà reintrodotta sia compatibile con l’eredità biologica lasciata dai suoi antenati in queste terre.











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