Incendio Crans-Montana: la scienza spiega le differenti reazioni cerebrali tra chi è scappato subito e chi no

Perché alcuni scappano e altri restano a filmare: non è stupidità, è il cervello umano. L'analisi sulla tragedia di Crans-Montana

E’ stato il giorno dell’ultimo saluto per cinque dei ragazzi italiani morti nel rogo di Crans-Montana, la notte di Capodanno. Una tragedia di enormi dimensioni che ha colpito tante famiglie e che ha portato tantissime reazioni e discussioni: una normale serata in un locale per salutare il vecchio anno e abbracciare il nuovo si è trasformata in una vera e propria tragedia con la morte di tanti giovani. Adesso è il momento dei bilanci e di individuare definitivamente le cause dell’incendio e gli eventuali responsabili. Michele La Veglia, funzionario dei Vigili del Fuoco, ha ripubblicato un contributo tecnico di grande interesse sulla vicenda di Crans-Montana, scritto da Domenico Nese. Un punto di vista che aiuta a comprendere meglio comportamenti che, in queste ore, sono stati giudicati con estrema durezza.

Dalle ricostruzioni emerge un dettaglio che ha colpito l’opinione pubblica: alcuni ragazzi, ai primi segnali di fuoco, sono fuggiti e si sono salvati. Altri, invece, sono rimasti a filmare. Le reazioni sui social e nei commenti sono state immediate e spesso impietose. Ma la realtà, spiegano gli esperti di prevenzione incendi, è molto più complessa.

“Perché alcuni scappano e altri restano a filmare? Non è stupidità. È il cervello umano. Dalle ricostruzioni di Crans-Montana emerge un dettaglio che ha colpito molti: alcuni ragazzi si sono salvati perché ai primi segnali di fuoco sono corsi via. Altri, invece, sono rimasti a filmare. Su questo punto si stanno leggendo commenti durissimi. Ma prima di giudicare, è importante capire cosa succede nel cervello quando compare un pericolo improvviso. In prevenzione incendi si chiama “tempo di premovimento”. Tra il momento in cui vediamo un pericolo e quello in cui iniziamo a muoverci passano secondi preziosi. Questo intervallo si chiama tempo di premovimento. In quei secondi il cervello: cerca di capire cosa sta succedendo valuta se il pericolo è reale o “solo apparente” guarda cosa fanno gli altri (dinamica di gruppo) prova a mantenere il controllo della situazione. Non è istinto puro. È un processo cognitivo.

Le reazioni tipiche al pericolo improvviso di fronte a un evento inatteso e grave, il cervello può reagire in modi diversi:

  • fuga immediata (chi percepisce subito il rischio come mortale);
  • Blocco (freezing);
  • Negazione (“non può essere grave”);
  • Comportamento automatico, come filmare, perché è un gesto noto, rassicurante, che “tiene a distanza” l’evento.

Filmare non significa voler rischiare la vita. Spesso significa non aver ancora compreso la gravità del pericolo. Il problema non è il telefono. È il tempo. In un incendio o in un evento critico: pochi secondi fanno la differenza, chi riconosce subito il pericolo guadagna tempo, chi resta nel tempo di premovimento lo perde. Ecco perché informazione, formazione e prove di evacuazione sono fondamentali: servono a ridurre il tempo di premovimento, ad allenare il cervello a riconoscere il pericolo e ad agire senza esitazione. Attaccare i ragazzi che hanno filmato non serve. Serve costruire cultura della sicurezza, spiegare cosa fare, abituare le persone a reagire. In emergenza non vince il più forte. Vince chi riconosce prima il pericolo. E questo si impara”.

In ambito tecnico esiste un concetto chiave: il tempo di premovimento. È l’intervallo – fatto di pochi secondi, ma spesso decisivo – che passa tra il momento in cui una persona percepisce un pericolo e quello in cui inizia ad agire per mettersi in salvo. In quei secondi il cervello non è paralizzato dall’irrazionalità: è impegnato in un processo cognitivo. Chi si trova di fronte a un evento improvviso e grave cerca prima di tutto di capire cosa stia succedendo. Valuta se il pericolo sia reale o solo apparente, osserva il comportamento degli altri, tenta di mantenere il controllo della situazione. Non è istinto puro, ma elaborazione mentale.

Filmare, quindi, non significa voler rischiare la vita. Spesso significa non aver ancora compreso la gravità del pericolo. In un incendio o in un evento critico, pochi secondi fanno la differenza: chi riconosce subito il pericolo guadagna tempo, chi resta intrappolato nel tempo di premovimento lo perde.

Come sottolinea Michele La Veglia, in questi giorni si sta diffondendo molta infodemia, alimentata da semplificazioni e spiegazioni imprecise. Il flashover, ad esempio, potrebbe non essere l’elemento centrale. Il punto cruciale è la reazione al fuoco. Non esistono materiali realmente ignifughi: tutti i materiali, in un incendio, bruciano, incluso il cemento armato.

“Evidenzio che quello che stiamo leggendo in questi giorni è infodemía frutto di superficiali passaggi con chatGPT. Per esempio… Il flashover … non c’entra. La reazione al fuoco è il punto cruciale. Non esistono materiali ignifughi, tutti i materiali bruciano in un incendio, anche il cemento armato. L’altro aspetto di Fire engineering è proprio il “tempo di esodo”, che è composto da vari elementi, secondo il Nuovo Codice del 2015. Questo è il vero elemento progettuale, non le “lunghezze di vie di esodo”, ante 2015.