La scienza spiega perchè il Mega-Ciclone Harry non c’entra nulla con il cambiamento climatico: il precedente del 1933 smonta ogni catastrofismo

Il Mega-Ciclone Harry è stato un evento storico, ma è successo anche di peggio in passato e il cambiamento climatico non c'entra nulla. I catastrofisti del clima speculano vergognosamente su un evento meteorologico estremamente localizzato, calpestando ogni evidenza scientifica

Il recente passaggio del Mega-Ciclone Harry sulle regioni del Sud Italia, con la sua scia di distruzione tra Calabria, Sicilia e Sardegna, ha riacceso con violenza un dibattito che di scientifico conserva ormai ben poco. Mentre le popolazioni colpite contano i danni di mareggiate imponenti e piogge torrenziali, il palcoscenico pubblico è stato prontamente occupato da una narrazione apocalittica che trasforma ogni evento meteorologico estremo in un tribunale inquisitorio contro l’umanità. Questo fenomeno di isteria collettiva, alimentato da esponenti politici e associazioni pseudoambientaliste, non solo manca di rigore analitico, ma rappresenta un vero e proprio tradimento del metodo scientifico. La pretesa di legare un evento della durata di settantadue ore a trend climatici secolari è un’operazione che rasenta l’analfabetismo funzionale applicato alla statistica, ignorando deliberatamente che la storia del Mediterraneo è costellata di eventi di pari, se non superiore, violenza.

Il dogma dell’inedito e la memoria corta della politica

La retorica che ha accompagnato il Mega-Ciclone Harry si fonda su un postulato errato: l’idea che non sia mai accaduto nulla di simile in passato. Questa visione “presentista” della climatologia è figlia di una memoria storica estremamente ridotta e di una necessità politica di trovare conferme immediate a teorie ideologiche, a fronte di realtà scientifiche molto più complesse. Quando esponenti della sinistra e attivisti urlano all’apocalisse, dimenticano che l’eccezionalità di un evento non coincide affatto con la sua unicità storica. Affermare che un fenomeno sia “mai visto prima” senza aver consultato gli archivi storici e le serie dei dati pluviometrici e mareografici è un atto di superbia intellettuale. La scienza non si fa con le emozioni suscitate dalle immagini viste sui social media, ma attraverso il confronto rigoroso con i dati del passato, i quali ci dicono chiaramente che il bacino del Mediterraneo è sempre stato teatro di dinamiche cicloniche di straordinaria potenza, ben prima che il tema del cambiamento climatico diventasse un oggetto di battaglia ideologica e, molto spesso, di perfetto alibi per le inefficienze della stessa politica.

La statistica del tempo di ritorno contro l’emotività

Per comprendere il Mega-Ciclone Harry da un punto di vista puramente scientifico, è necessario introdurre il concetto di tempo di ritorno, un pilastro di ogni scienza: dalla geofisica alla meteorologia, dalla climatologia alla statistica. Un concetto base della scienza che i catastrofisti sembrano ignorare del tutto. Un evento estremo, per definizione, ha una probabilità di accadimento bassa in un dato intervallo di tempo, ma tale probabilità non è mai nulla. Se Harry è un evento con un tempo di ritorno di ottanta o cento anni, ciò significa che la sua occorrenza è perfettamente prevista dai modelli statistici della variabilità naturale. Definirlo “fuori norma” è un errore semantico: esso è parte della norma su una scala temporale ampia. Il fatto che possa essere un record degli ultimi cinquanta o sessanta anni non costituisce una base statistica sufficiente per dichiarare la fine del mondo. La scienza richiede l’analisi di serie secolari e, se guardiamo al 1933, troviamo prove documentali di una mareggiata nel Mar Ionio che, per intensità e capacità distruttiva, fu equivalente o addirittura superiore a quella odierna. In quell’anno, senza l’eco dei social e senza la politicizzazione del meteo, la natura fece il suo corso con la medesima, tragica violenza, dimostrando che tali estremi appartengono intrinsecamente alla dinamica atmosferica del nostro pianeta. E anche nel 1933 era pieno inverno: la Grande Mareggiata del mar Jonio si verificò infatti nel mese di febbraio, smentendo le tesi azzardate dei catastrofisti secondo cui questi eventi così estremi sarebbero tipici dell’autunno e non dell’inverno.

Il doppiopesismo metodologico come strategia speculativa

L’aspetto più sconcertante della narrazione attuale risiede nell’incoerenza metodologica dei suoi sostenitori. Esiste una schiera di politici e commentatori che, ogni qual volta che si verifica un’ondata di gelo o neve particolarmente intensa, si affretta a spiegare con encomiabile rigore che quell’evento non smentisce il riscaldamento globale, poiché il meteo puntuale (in un preciso luogo, in un preciso momento) non va confuso con il trend climatico di lungo periodo. Questa è una verità scientifica inoppugnabile: il clima è la sintesi statistica del tempo meteorologico su un arco di almeno trent’anni. Tuttavia, questa stessa illuminazione scientifica svanisce non appena il termometro sale o un ciclone colpisce le coste. In quel momento, il “meteo” diventa magicamente “climaper servire una tesi politica. Questa speculazione è una forma di sciacallaggio ideologico che utilizza il dolore delle popolazioni colpite con l’obiettivo di seguire un’agenda che non accetta il dissenso o la complessità e vuole imporre le proprie fallaci visioni della realtà. Il Mega-Ciclone Harry, essendo un evento meteorologico circoscritto nel tempo e nello spazio, non può essere utilizzato come prova scientifica di un trend climatico globale, esattamente come una gelata in aprile non prova l’inizio di una nuova era glaciale.

La deriva antiscientifica del catastrofismo militante

Il catastrofismo, inteso come l’attribuzione automatica di ogni anomalia atmosferica all’azione umana, è l’antitesi della scienza. La scienza vive di dubbi, di verifiche, di falsificabilità e di analisi multifattoriale. Al contrario, il catastrofismo militante opera per dogmi: succede un evento estremo, dunque la colpa è del cambiamento climatico, ovviamente provocato dall’uomo. Questo sillogismo semplificatorio è pericoloso perché blocca ogni analisi seria sulle reali cause della vulnerabilità territoriale, come l’urbanizzazione selvaggia o la mancata manutenzione delle infrastrutture. Dare la colpa al “clima” per i danni del Mega-Ciclone Harry è un modo per deresponsabilizzare la politica locale e nazionale, trasformando un problema di gestione del territorio in un problema cosmico insolubile se non attraverso sacrifici economici e sociali in ogni caso insostenibili e impraticabili.

È necessario tornare a una climatologia seria che rispetti le serie storiche, che comprenda le forzanti naturali e che non si lasci piegare alle esigenze del talk-show o della propaganda elettorale. Solo così potremo onorare la verità scientifica e preparare davvero il territorio agli eventi estremi che, ciclicamente e inesorabilmente, continueranno a verificarsi come hanno sempre fatto nel corso dei millenni.

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