Per decenni, il cosiddetto “orologio biologico” è stato descritto come un meccanismo inesorabile, un conto alla rovescia che rende la maternità sempre più difficile con il passare degli anni. Tuttavia, una nuova frontiera della medicina riproduttiva potrebbe presto cambiare le regole del gioco. Secondo quanto riportato recentemente dal Washington Post, un team di scienziati ha identificato un tassello fondamentale nel mistero del deterioramento delle cellule uovo femminili: una proteina chiamata “shugoshin“, termine che in giapponese significa “spirito guida“.
Il cuore del problema risiede nel modo in cui le uova invecchiano. A differenza di altre cellule del corpo, gli ovociti restano in uno stato di sospensione per decenni, in attesa di essere rilasciati durante l’ovulazione. Durante questa lunghissima attesa, le strutture che tengono uniti i cromosomi tendono a indebolirsi. Questo cedimento strutturale porta spesso a errori genetici durante la divisione cellulare, con il rischio che l’uovo finisca per avere un numero errato di cromosomi. È questo il motivo principale dietro l’aumento dei casi di infertilità, aborti spontanei e fallimenti dei cicli di fecondazione in vitro (Fivet) con l’avanzare dell’età.
La scoperta, presentata durante la conferenza Fertility 2026 a Edimburgo, punta i riflettori proprio sulla shugoshin. Questa proteina agisce come un vero e proprio scudo protettivo, impedendo ai cromosomi di separarsi prematuramente. Agata Zielinska, co-fondatrice della società biotech Ovo Labs e tra le principali autrici dello studio, ha spiegato che i livelli di questa proteina “guardiana” crollano drasticamente con l’invecchiamento. Comprendere cosa accade a livello molecolare è il primo passo fondamentale per sviluppare strategie cliniche che aiutino concretamente le coppie che desiderano concepire in età più avanzata.
L’aspetto più entusiasmante della ricerca riguarda i test di laboratorio condotti su uova umane e di topo. Utilizzando la tecnologia dell’RNA messaggero (mRNA), la stessa resa celebre dai vaccini contro il Covid-19, i ricercatori sono riusciti a “iniettare” nelle cellule le istruzioni per produrre nuovamente la shugoshin. I risultati sono stati straordinari: la percentuale di ovociti con cromosomi integri e stabili è passata dal 50% a quasi il 75%. In termini pratici, questo significa che la scienza potrebbe essere in grado di invertire, almeno in parte, i danni del tempo, rendendo le cellule uovo di una donna di quarant’anni simili a quelle di una donna molto più giovane.
L’obiettivo a breve termine dei ricercatori, tra cui spicca il professor Binyam Mogessie dell’Università di Yale, è quello di riuscire a estendere la finestra riproduttiva femminile di tre o cinque anni. Non si tratta solo di una questione biologica, ma di una risposta a un mutamento sociale profondo: oggi la scelta di avere figli viene sempre più posticipata per motivi economici o di carriera, creando un cortocircuito doloroso tra i tempi della vita e quelli della biologia.
Nonostante l’entusiasmo, la comunità scientifica invita alla cautela. Esperti come Michael Lampson dell’Università della Pennsylvania sottolineano che occorreranno ulteriori studi e trial clinici per confermare se il ripristino di questa proteina possa effettivamente garantire lo sviluppo di un embrione sano e una gravidanza portata a termine con successo. Tuttavia, la strada è tracciata. La speranza è che, in un futuro non troppo lontano, la medicina possa offrire alle donne e alle famiglie non solo una diagnosi, ma una soluzione concreta per fermare, o almeno rallentare, le lancette del tempo.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?