Mentre la Silicon Valley investe miliardi in biohacking, infusioni di plasma e regimi alimentari rigidissimi nel tentativo di fermare l’orologio biologico, la risposta alla domanda su come si arrivi a superare il secolo di vita potrebbe essere molto più eccentrica e meno scientifica di quanto immaginiamo. Il documentario “The Oldest Person in the World” del regista Sam Green, recentemente presentato al Sundance, ha aperto una finestra inedita sulla vita dei supercentenari, ovvero quegli individui che hanno superato la soglia dei 110 anni. Attraverso un viaggio decennale che documenta i passaggi di testimone del titolo di “persona più anziana del mondo“, emergono dettagli che mettono in discussione molte delle nostre certezze su salute e prevenzione, suggerendo che il segreto della longevità risieda in un mix imprevedibile di genetica, fortuna e una sorprendente resilienza psicologica.
Uno degli aspetti più affascinanti emersi dall’indagine riguarda lo stile di vita di queste icone della longevità, spesso lontano dai canoni del salutismo moderno. La celebre francese Jeanne Calment, che detiene tuttora il record di 122 anni, attribuiva la sua longevità a un’attitudine quasi sprezzante verso le preoccupazioni della vita e a una forza di volontà ferrea, non rinunciando al vino e fumando fino a 117 anni. Allo stesso modo, l’italiana Emma Morano ha attraversato tre secoli nutrendosi quotidianamente di tre uova crude, mentre altre testimonianze evidenziano passioni culinarie “proibite” come il consumo regolare di pancetta. Questi esempi non suggeriscono certo che le cattive abitudini siano la chiave per la vita eterna, ma indicano che la capacità del corpo di metabolizzare lo stress e le sostanze esterne varia drasticamente in questi soggetti d’élite, probabilmente grazie a un patrimonio genetico fuori dal comune.
La ricerca mette in luce anche un netto divario di genere: la stragrande maggioranza delle persone più longeve della storia sono donne. Gli esperti consultati nel documentario suggeriscono che questa prevalenza femminile possa avere radici biologiche legate alla corporatura generalmente più minuta o a vantaggi ormonali, ma non sottovalutano il fattore sociale. Un elemento ricorrente tra i supercentenari è infatti la presenza di una comunità solida o di una struttura di supporto quotidiana. Che si tratti dell’ambiente protetto di un convento o di famiglie numerose che si prendono cura dei propri anziani come figure centrali del nucleo, il senso di appartenenza e l’essere inseriti in una rete di affetti sembrano agire come un potente scudo contro il declino cognitivo e fisico.
Infine, ciò che colpisce di più è l’approccio mentale di chi ha visto passare intere epoche storiche. Interrogati sui grandi dilemmi dell’esistenza, sui rimpianti o sulla paura della morte, molti supercentenari sembrano aver superato la fase delle grandi riflessioni metafisiche tipiche della mezza età. La loro mente tende a concentrarsi su piaceri sensoriali immediati, come il profumo dei fiori o i ricordi più dolci, manifestando una forma di serenità che i ricercatori chiamano “trascendenza geriatrica“. In definitiva, la lezione più grande che arriva da chi ha vissuto dodici decenni non riguarda una dieta specifica o un farmaco miracoloso, ma la capacità di restare ancorati al presente con ironia e un pizzico di benevola indifferenza verso il mondo che cambia.


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