La storia dell’evoluzione umana in Asia sta subendo una radicale riscrittura grazie ai ritrovamenti effettuati nel sito archeologico di Xigou, situato nella regione del bacino idrico di Danjiangkou, nella Cina centrale. Per decenni, il paradigma dominante tra gli studiosi ha sostenuto che, mentre in Africa e in Europa occidentale emergevano tecnologie sofisticate tra 300.000 e 50.000 anni fa, l’Asia orientale fosse rimasta ancorata a tradizioni tecnologiche conservatrici e rudimentali fino a circa 40.000 anni fa. Tuttavia, una nuova ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Communications demolisce questa visione, presentando prove inconfutabili di innovazioni tecnologiche avanzate risalenti a un periodo compreso tra 160.000 e 72.000 anni fa. Tra i 2.601 reperti litici analizzati dal team guidato da Shi-Xia Yang, spiccano strumenti immanicati che rappresentano la più antica testimonianza di utensili compositi mai rinvenuta in questa parte del mondo.
Il sito di Xigou si trova in una posizione geografica cruciale, lungo il margine meridionale della catena montuosa Qinling, che funge da confine naturale tra il clima temperato della Cina settentrionale e quello subtropicale della Cina meridionale. Questa zona di transizione ecologica ha offerto agli antichi abitanti un ambiente stabile e ricco di risorse, favorendo lo sviluppo di strategie adattative complesse. Gli scavi condotti tra il 2019 e il 2021 hanno portato alla luce una sequenza stratigrafica dettagliata, dove gli strati culturali principali sono stati datati con estrema precisione attraverso tecniche avanzate di luminescenza ottica. I risultati indicano che l’occupazione umana del sito è stata continuativa per oltre 90.000 anni, un periodo durante il quale gli ominidi locali hanno perfezionato tecniche di produzione che mostrano una chiara lungimiranza e pianificazione.
La raffinatezza tecnica degli abitanti di Xigou emerge chiaramente dall’analisi dei metodi di riduzione del nucleo. Invece di limitarsi a scheggiature casuali, i produttori di utensili utilizzavano metodi predeterminati come la tecnologia “core-on-flake” e quella discoide per ottenere sistematicamente schegge di piccole dimensioni con bordi affilati. Queste schegge venivano poi accuratamente ritoccate per creare un kit di attrezzi specializzato e diversificato, che comprendeva raschiatoi, punteruoli, denticolati e punte. L’uso ubiquitario della tecnologia core-on-flake, che prevede l’uso di grandi schegge spesse come nuclei per produrre schegge più piccole, rappresenta una scelta comportamentale deliberata verso la miniaturizzazione e la precisione, caratteristiche spesso associate alla modernità comportamentale.
L’aspetto più rivoluzionario della scoperta riguarda però i cosiddetti strumenti a ritocco basale. I ricercatori hanno identificato 22 pezzi, tra cui strumenti codati e dorsali, che presentano modifiche specifiche alla base progettate per facilitare l’immanicamento. Questi oggetti non erano semplici pietre scheggiate, ma parti di un sistema più complesso in cui la pietra veniva unita a un manico di legno o osso per aumentarne l’efficacia. Le analisi funzionali condotte con microscopia elettronica a scansione hanno confermato questa ipotesi, rivelando tracce di usura prodotte dalla frizione contro un manico e resti di micro-cicatrici coerenti con l’uso di legature o materiali avvolgenti. Sono stati documentati due diversi tipi di impugnatura: quella “maschile”, in cui la pietra è inserita nel manico, e quella “giustapposta”, dove la pietra è fissata lateralmente.
Oltre alla produzione di pietre, lo studio delle tracce di usura (micro-wear) ha permesso di ricostruire le attività quotidiane svolte a Xigou. Molti degli strumenti erano destinati alla lavorazione di materiali vegetali duri, come legno o canne. Un punteruolo codato, ad esempio, mostra segni di rotazione compatibili con l’azione di foratura su piante dure, mentre un bulino è stato utilizzato per incidere materiali semi-duri. Questi dati suggeriscono l’esistenza di una tecnologia del legno molto sviluppata, dove gli strumenti litici immanicati servivano a creare altri utensili o strutture in materiali organici. La versatilità delle morfologie appuntite rinvenute indica che gli ominidi di Xigou erano in grado di eseguire una vasta gamma di azioni, dal taglio alla perforazione, adattandosi con successo alle sfide ambientali.
Questa fioritura tecnologica non è un caso isolato, ma si inserisce in un quadro più ampio di cambiamenti biologici e culturali che hanno interessato l’Asia orientale durante il Pleistocene medio e superiore. Nello stesso arco temporale, l’area era abitata da diverse linee umane, tra cui Homo sapiens, Denisovani e specie recentemente proposte come Homo longi e Homo juluensis. Molti di questi ominidi presentavano un marcato aumento della capacità cranica, con cervelli che raggiungevano volumi compresi tra 1200 e 1800 cc, paragonabili a quelli degli esseri umani moderni. Le innovazioni di Xigou, insieme all’emergere di prove di attività simboliche come incisioni su osso, uso di pigmenti e arte parietale in altri siti cinesi, suggeriscono che il salto cognitivo verso la complessità comportamentale sia avvenuto in modo sincrono in diverse parti del globo.
In conclusione, i ritrovamenti di Xigou obbligano la comunità scientifica a superare il vecchio modello a due stadi del Paleolitico asiatico. Gli antichi abitanti della Cina centrale non erano semplici spettatori dell’evoluzione tecnologica avvenuta altrove, ma innovatori attivi capaci di produrre strumenti complessi e specializzati molto prima di quanto si pensasse. Questa scoperta non solo valorizza la complessità della preistoria asiatica, ma offre una nuova prospettiva sulla resilienza e l’ingegno dei nostri antenati, capaci di sviluppare sofisticate tecnologie per dominare un ambiente in continuo mutamento.




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