Studio scientifico svela come l’uomo sta cambiando le spiagge: così mattoni, cemento e scarti industriali stanno riscrivendo la geologia delle coste

Una ricerca dell'Università di Glasgow rivela che mattoni, cemento e scarti industriali stanno riscrivendo la geologia delle coste scozzesi. Gli scienziati propongono una nuova classificazione: le "spiagge miste antropogeniche"

Le iconiche spiagge scozzesi lungo il Firth of Forth stanno cambiando volto. Quella che a prima vista potrebbe sembrare ghiaia naturale è, in realtà, un accumulo massiccio di materiali artificiali. Secondo un nuovo studio condotto dall’Università di Glasgow, i materiali prodotti dall’uomo — come mattoni, cemento, vetro e scarti industriali — costituiscono ormai fino alla metà della composizione di alcuni litorali.

La scoperta: la “spiaggia di cemento” di Granton

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Sedimentology, ha preso in esame sei spiagge della regione. I risultati sono sorprendenti:

  • A Granton Beach, vicino a Edimburgo, quasi il 50% dei sedimenti grossolani è composto da materiali artificiali, con una netta prevalenza di frammenti di cemento.
  • In media, su tutti i siti monitorati, il 22% dei ciottoli e dei frammenti superiori agli 11 mm è di origine umana.
  • I frammenti di mattone sono risultati il materiale più comune in cinque dei sei siti analizzati.

Questi materiali, definiti dai ricercatori “geomateriali antropogenici”, sono stati trasportati in mare dall’erosione di vecchi siti industriali costieri, infrastrutture e dallo smaltimento di rifiuti avvenuto nei decenni passati.

Verso una nuova classificazione scientifica

Data l’entità del fenomeno, il team di ricerca sostiene che la composizione naturale di queste spiagge sia stata modificata in modo così profondo da richiedere una nuova classificazione scientifica. Gli esperti suggeriscono di chiamarle “Anthropogenic Mixed Sand and Gravel” (MSG-A), ovvero spiagge di sabbia e ghiaia mista antropogenica.

“Gran parte delle coste urbanizzate del mondo è composta da materiali post-industriali non consolidati e resti di discariche”, spiega John MacDonald, co-autore dello studio. “Con il cambiamento climatico che aumenta la frequenza e l’intensità delle tempeste, è probabile che una quantità ancora maggiore di rifiuti prodotti dall’uomo venga mobilitata ed entri nei sistemi costieri”.

L’impatto del cambiamento climatico

Il problema non è solo estetico o geologico. I ricercatori avvertono che l’accumulo di questi materiali potrebbe avere effetti imprevedibili sull’ecosistema scozzese, specialmente mentre l’accelerazione dell’erosione costiera continua a “mangiare” il terreno.

La professoressa Larissa Naylor, co-autrice della ricerca, sottolinea la mancanza di studi precedenti: “Le spiagge urbane sono state studiate molto meno rispetto ai sistemi naturali; quando abbiamo iniziato il lavoro, esistevano solo 44 articoli scientifici al mondo su questo nuovo tipo di spiaggia. È fondamentale capire come queste spiagge stiano cambiando per poter gestire meglio le nostre coste in futuro”.

Metodologia della ricerca

Per mappare questa trasformazione, il team ha utilizzato un mix di tecnologie avanzate e lavoro sul campo:

  1. Rilievi fisici: Campionamento dei sedimenti durante le fasi di bassa, media e alta marea.
  2. Droni: Utilizzo di velivoli a comando remoto per creare modelli 3D dettagliati del terreno di ogni spiaggia.
  3. Analisi granulometrica: Identificazione dell’origine di ogni singolo frammento, dalle dimensioni di pochi millimetri fino a oltre 25 centimetri.

I dati mostrano che la maggior parte dei materiali umani si trova sotto forma di frammenti grossolani, suggerendo che non siano ancora stati completamente erosi o ridotti in sabbia fine dal moto ondoso, sebbene il processo sia già in atto nelle zone con mare più agitato.

Yuchen Wang, ricercatrice che ha condotto lo studio durante il suo dottorato, conclude: “Questo è un primo passo fondamentale per avere un quadro completo. Se queste sei spiagge hanno accumulato così tanto materiale umano, è molto probabile che molte altre in Scozia e nel resto del mondo si trovino in condizioni simili“.